Una Wunderkammer tutta per sé

Francesco Calzolari, FARMACISTA e BOTANICO VERONESE, inventò i musei naturalistici e fece del Monte Baldo il suo “giardino”. Intrecciò rapporti con i più importanti botanici d’Europa.

Il Garda dalle pendici del Baldo

Il Monte Baldo è uno dei rilievi prealpini più studiati dai botanici per la ricchezza e originalità della sua flora. Una spiegazione la si rintraccia nell’esclusione dalle ultime glaciazioni di alcune sue cime, con la conseguente sopravvivenza di specie preglaciali altrove estinte, e il divenire di un microclima dettato dall’influenza termoregolatrice del Lago di Garda: restano così le testimonianze di molti endemismi e specie baldensis. Tra i botanici che pazientemente risalirono le sue pendici, emerge il nome di Francesco Calzolari (1522-1609), quel Calceolarius al quale è dedicata l’omonima pianta ornamentale, che fu speziale nella farmacia “Alla Campana d’Oro” di Piazza Erbe a Verona. Figlio a sua volta di un farmacista, è allievo del medico-speziale Girolamo Fracastoro e frequenta l’orto botanico di Padova, il primo ad essere creato in Italia (1533), dove apprende le tecniche di raccolta e conservazione in erbario; di certo alla base dei suoi studi c’è il De materia medica di Dioscoride, che raccoglie l’allora sapere empirico sulle piante medicinali (I sec. d.C.). Poco propenso a viaggiare lontano dalla sua Verona – possiede a Rivoli Veronese un «poderetto di sessanta campi veronesi», dove andrà poi a ritirarsi – rivolge minuziose ricerche sul Monte Baldo che definisce Hortus Europae: un hortus, in cui la ricchezza floristica è data dalla specificità degli endemismi e dalla varietà autoctona del territorio, in analogia ai contemporanei Hortus simplicium di Luca Ghini a Pisa e all’Hortus cintus di Francesco Bonafede a Padova. Le sue escursioni sul Baldo confluiscono nella prima pubblicazione, la più apprezzata e la più ristampata dedicata a questa montagna: Il viaggio di Monte Baldo, della Magnifica città di Verona (1566) ove, accanto ad elenchi di vegetali puntualizzati nelle località di raccolta (oltre 350 piante), accenna ai primi concetti di fitogeografia, di interdipendenza pianta-terreno-clima. Scrive: «la cognizione de’ Semplici non può haversi dal legger libri, quando insieme non vi sia congionta la sperienza de gli occhi stessi, così per conoscere le spetie loro, come per distinguere i buoni da’ i rei». Tradotto nella lingua internazionale dell’epoca, il latino, il libretto viene poi incluso nel Compendium De plantis (1571) dell’amico Pietro Andrea Mattioli, senese, medico personale del Principe vescovo Bernardo Clesio e dell’imperatore Ferdinando I.

Novezzina, Orto Botanico del Monte Baldo

Il Calzolari, secondo il costume dell’epoca, non solo raccoglie, ma anche scambia le piante, i minerali, i fossili e altre “curiosità naturali” con altri botanici e viaggiatori – in particolare con il famoso naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi – dando così vita al suo museo, un Theatrum Naturae, disposto in tre locali della sua abitazione a Verona: considerato oggi il più antico museo naturalistico al mondo, antesignano della Wunderkammer, gode anche di un catalogo, De reconditi et praecipuis collectaneis ab onestissimo et solertissimo Francisco Calceolari Veronensi in Musaeo adservatis (1584). L’erede di tale collezione è oggi il Museo Civico di Storia naturale di Verona.

Il Cinquecento è anche il secolo dove si diffondono gli Erbari, esposti nei Musei di Storia naturale: «mummificare» le piante e «agglutinarle», incollarle su fogli di carta per realizzare quello che veniva definito un orto secco (Hortus siccus). Il grande vento innovatore della rinascenza inizia a spazzare pregiudizi e a instaurare il metodo sperimentale della ricerca scientifica: si sviluppa la botanica. Ad esempio, Giovanni Pona – speziale “Al Pomo d’Oro” di Verona ed erede botanico di Calzolari – descrive nel consistente volume Monte Baldo (1617) un buon numero di specie con la classificazione binominale (genere e specie), affiancata dal disegno. Tra le varie parti della pianta, il criterio di maggiore discriminazione viene riservato alla forma e alle caratteristiche del fiore; in base a questo parametro, le specie vengono raccolte in generi, quindi in famiglie, in ordini, in classi…

La cultura degli Erbari
La genesi degli Erbari trova origine nell’importanza che un tempo si attribuiva al mondo vegetale. Per restare in ambito europeo e partendo da un’epoca alto-medioevale, è noto come negli scriptoria dei monasteri venissero ricopiati e colorati sulle rigide pagine di pergamena i disegni delle piante “miracolose”, tratti dagli studi dei naturalisti dell’età classica. La stregoneria e l’aspetto magico giocano un ruolo importante, tanto che spesso i contorni vegetali di foglie, radici, fiori assumono somiglianze umane o animali, anche mostruose; fattori ambientali come i venti, le stagioni o le influenze astrali vengono annotati con diligenza, per meglio rappresentare le virtù terapeutiche delle erbe in appoggio ai mutevoli stati d’animo dell’uomo.

Nei monasteri prendono forma anche i giardini dei semplici, dove vengono coltivate diverse specie di piante medicinali per curare ammalati e viandanti di passaggio. Proprio in virtù degli Orti botanici, affiancati quasi sempre alle Università, anche la tecnica per illustrare gli Erbari, dopo il Cinquecento, va trasformandosi. Le erbe, infatti, vengono essiccate (Orto secco) e conservate in raccoglitori con relativa “didascalia” in latino e in volgare; la perdita con l’essiccamento di gran parte del colore originario viene integrata con l’immagine dipinta. Questa è anche la genesi degli Erbari in Trentino, in particolare nel XVI secolo, allorquando comincia a crescere la categoria dei medici laureati, medici-botanici, farmacognosti, ma anche ciarlatani… Lo storico Gian Crisostomo Tovazzi nel suo studio Medicaeum, dal 1527 al 1658 conta ben 125 “dottori” in Trentino.

Anche Trento, dunque, ha il suo Erbario, un manoscritto della fine del Quattrocento, che faceva parte della Biblioteca dei Principi vescovi (in gran parte dilapidata sotto Napoleone Bonaparte) e che oggi è patrimonio della Provincia autonoma di Trento. Scritto in gotico, per alcune espressioni dialettali venete trova origine probabilmente in ambiente veneziano, come conferma anche la dedica a San Marco. È formato da 66 carte con filigrana: le prime 43 presentano 86 diverse piante medicinali con la descrizione delle singole proprietà e l’habitat, le rimanenti 23 sono occupate da un ricettario che si rifà a un manuale botanico del Duecento e dall’indice delle piante medicinali raffigurate. Interessante è la differente stesura “artistica” di queste erbe: alcune sono disegnate e acquerellate fedelmente alla realtà, altre invece sono piuttosto arbitrarie.

Proseguendo nell’Ottocento, gli Erbari diventano un patrimonio comune nei musei e nelle collezioni botaniche private. Da ricordare sono l’Erbario di Enrico Gelmi (1855-1901), composto da 7.690 exsiccata, che servì alla compilazione dell’opera Prospetto della flora trentina (1866); gli Erbari del botanico don Pietro Porta (1832-1923) che vantano 17.000 exsiccata; l’Erbario di Vittorio Marchesoni (1912-1963), professore all’Università di Padova e di Camerino, già direttore del Museo Tridentino di Scienze Naturali di Trento, una raccolta costituita da 1.600 specie e 12.000 campioni.

Le carriere degli altri
Tra i medici-botanici trentini contemporanei al Calzolari si possono nominare Giulio Alessandrini (1506-1590) ricordato in un cenotafio nel Duomo, Ottaviano Rovereti (1556-1626, foto sotto) laureato in medicina e filosofia presso l’Università di Padova, e Ippolito Guarinoni (1571-1654). Per quanto attiene nello specifico al Monte Baldo, il farmacista e botanico Luigi Ottaviani (Brentonico 1922-2014) è tra i promotori del Parco naturale del Monte Baldo.

L’itinerario – Altopiano di Brentonico: nella Riserva di Corna Piana-Bes

Il Parco naturale locale del Monte Baldo – nato nel 2008 come Rete di Riserve di Brentonico, poi allargata ai comuni limitrofi (Ala, Avio, Mori, Nago-Torbole) – ottiene nel 2013 la denominazione ufficiale (4.650 ha). Ne fa parte la Riserva naturale guidata di Corna Piana (52 ha) che, insieme al sottostante Altopiano di Bes (100 ha), rappresenta – anche se è la più piccola delle riserve naturali provinciali – un’isola di rifugio per piante ed anche insetti; distesa tra i 1.500 e i 1.700 metri di quota sopra Brentonico, trova continuità con le riserve della limitrofa Regione Veneto. Costituita da rocce calcaree, dolomie e tufi, conserva forme di vita preglaciali; oltre a piante e fiori particolari, quali il Geranium argenteum, la Primula auricola, la Saxifraga bonarota, i botanici hanno scoperto alcuni coleotteri endemici che pertanto, come le piante, hanno ricevuto l’appellativo baldensis.

La partenza è dalla Bocca del Creer/Rifugio Graziani (1.617 m; tel. 0464 86700; aperto tutto l’anno; noleggio bike) ai piedi del Monte Altissimo (1.15 ore per salire sulla cima, 2.079 m; Rifugio D. Chiesa). Diversi ed emozionanti gli itinerari segnati e che trovano appoggio in rifugi attrezzati; qui si seguono le indicazioni Sat n. 633 e poi n. 650, un sentiero che aggira la cresta di Corna Piana e guida a Malga Bes (1.506 m; 0.30 ore), alpeggiata, costituita dallo stallone, la casa del malgaro e la porcilaia con il tetto coperto da lastre di pietra, come è uso sul Baldo. In un paesaggio ondulato s’imbocca la strada bianca a destra che, attraverso un arioso bosco di antichi faggi, scende sulla strada provinciale (0.30 ore). Pochi metri su asfalto direzione Rifugio Graziani e un raccordo scende in pochi minuti al Rifugio Fos-Ce (1.430 m; gestione Sat di Brentonico: tel. 0464 391450). Si ritorna sulla S.P. e, tagliando due tornanti attraverso i prati (se il pascolo lo consente), si segue il tracciato che porta a Malga Canalece (solo monticata), trovando l’indicazione a destra per Corna Piana (dalla malga si può proseguire sul sentiero attraverso i pascoli ed arrivare direttamente al Rifugio Graziani, 0.15 ore). Si sale così dunque sulla cresta per attraversare la Riserva Naturale di Corna Piana, particolarmente interessante per le specie botaniche. Immersi in questo fantastico mondo naturale si scende al Rifugio Graziani (1.45 ore).

L’itinerario è percorribile in inverno con le ciaspole.

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Pubblicato da Silvia Vernaccini

Nata a Trento, dove risiede, è giornalista e scrittrice. Ha al suo attivo diversi libri di storia dell’arte, di narrativa per bambini (segnalata dal Ministero dell’Istruzione) e guide escursionistiche, nonché libri di gastronomia e folclore con cui ha vinto il cardo d’argento al Premio ITAS letteratura di montagna (2003). L’autrice ama camminare lungo le valli del Trentino per conoscerne e apprezzarne anche gli aspetti culturali e ambientali minori e quindi valorizzarli attraverso guide turistiche e progetti a valenza regionale e nazionale. GÈ guida e accompagnatore turistico e docente presso l'Università della Terza Età e del tempo disponibile.