Attenti al lupo! Attenti all’uomo?

Perseguitato negli anni Settanta del Novecento finoa vedere ridotta la sua popolazione ad un numero esiguo di esemplari, il lupo sta spontaneamente tornando sulle Alpi e sugli Appennini. Tuttavia la sua presenza è controversa e fa nascere posizioni ed opposizioni.

Il Ministero dell’Ambiente ha dato mandato all’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) di produrre una stima aggiornata della distribuzione e consistenza del lupo a livello nazionale. Da ottobre 2020 a marzo 2021 sono state perlustrate circa 1.000 celle di dieci chilometri quadrati distribuite sull’intero territorio nazionale. Per la prima volta da quando il lupo è stato protetto nel 1971, le istituzioni nazionali uniscono le forze contemporaneamente, dalle Alpi alla Calabria, utilizzando disegni di campionamento e protocolli standardizzati avanzati, messi a punto dall’ISPRA.

La convivenza uomo e lupo nello stesso territorio è possibile?

MAURO FEZZI, Presidente Federazione Provinciale Allevatori Trento

Mauro Fezzi

Il lupo è una minaccia per gli allevatori e non essendoci un piano lupo gli allevamenti sono alla mercè dei lupi. La convivenza non è facile perché è un animale astuto e attacca il bestiame quando ci sono condizioni meteo che rendono difficile la custodia degli animali. Il problema è strettamente legato alla consistenza; si parla di 13 branchi quindi circa 80 capi ma mi sembra che le stime siano già in aumento. 

Giudicando senza pregiudizi, la consistenza attuale potrebbe essere compatibile con il territorio e gli allevatori cercheranno di andare avanti sopportando un certo livello di danno. Non è sopportabile l’incremento esponenziale dei numeri che è ormai una certezza. E c’è un danno diretto ed uno indiretto. Il danno indiretto è l’apprensione, la preoccupazione, lo star male degli animali. Ad esempio, ciò che è successo questa estate in una malga in val di Fiemme con protezioni alte un metro e mezzo tranquillamente saltate dai lupi. 

Lupo in natura (Foto: Gabriele Cristiani)

E non in un giorno di sole con la presenza del pastore …arrivavano con la nebbia, al crepuscolo. E poi c’è una grande mistificazione: il lupo in Italia è protetto, ma il bracconaggio interessa più di 500 capi l’anno. C’è una grande ipocrisia sul lupo e l’ipocrisia è dire che in Italia lo proteggiamo; però lo si stermina con altri sistemi. È quindi necessario un Piano serio che definisca i contingenti compatibili col territorio e le attività, i controlli, gli interventi di dissuasione e, perché no, l’abbattimento dei soggetti confidenti e dannosi. 

FRANCESCO ROMITO, Vice Presidente – Comunicazione & Monitoraggio Alpi Orientali. Associazione “Io non ho paura del lupo”

Francesco Romito

Il nostro punto di vista non solo come trentini, ma anche e soprattutto in rappresentanza della nostra Associazione, da alcuni anni impegnata nel favorire la convivenza tra attività dell’uomo e lupo, è che, seppur difficile, la convivenza è assolutamente possibile.

Noi per primi siamo consci di quanto il ritorno del lupo, in un territorio dove da circa un secolo era stato eliminato, possa essere problematico, così come conosciamo a fondo il sacrificio di chi deve lavorare in più per la gestione del proprio patrimonio zootecnico e per la sua messa in sicurezza.

Avvistamento lupo (Foto: Giulia Bombieri)

Ma il lupo è ormai presente in maniera stabile in Trentino da quasi un decennio e qualsiasi ipotesi di rimozione, sterminio di massa, eliminazione o altro è pura fantasia.

Riguardo la presunta incompatibilità tra il territorio alpino e il lupo, è importante far sapere che il lupo sceglie attentamente il territorio dove stabilire un branco, e questo deve avere caratteristiche importanti che possano garantirgli la soddisfazione di due bisogni primari, cioè come cibarsi e dove avere luoghi riparati senza disturbo umano. 

STEFANO RAVELLI, Presidente Associazione Cacciatori Trentini

Stefano Ravelli

Di fronte al costante aumento dei lupi, la sfida della loro coesistenza con le genti di montagna, ma anche con altre specie di fauna, si dovrebbe incentrare sulla prevenzione e mitigazione degli impatti negativi sulle attività e sullo stile di vita di chi sulla montagna ci vive e lavora. A tale scopo, sfruttando i margini di manovra normativi (Convenzione di Berna, Direttiva Habitat), sarebbe essenziale adottare una strategia impostata su una gestione attiva e sostenibile della specie (come già accade ad esempio in Francia e in Svizzera), essendo questo uno dei modi più efficaci per aumentare la sua accettazione sociale, evitando che si diffonda la sensazione di un fenomeno fuori controllo. Importanti sarebbero anche altre misure, tra cui: un’attenta considerazione, in qualsiasi processo decisionale, degli interessi di coloro che a livello locale condividono il loro spazio quotidiano con i lupi; concentrarsi sul problema dell’accettazione sociale dei lupi piuttosto che limitarsi agli aspetti puramente ecologici; in prospettiva futura, attivarsi per ottenere che lo status di protezione legale dei lupi ai sensi della direttiva Habitat venga modificato non appena raggiunto lo stato di conservazione desiderato (ciò significa che alcune popolazioni di lupi dovrebbero essere spostate dall’allegato IV – rigorosamente protetto – all’allegato V – protetto ma possibile oggetto di gestione – non appena il loro stato di conservazione risulti soddisfacente); puntare sul coinvolgimento delle comunità locali ed in particolare dei cacciatori nella conservazione, gestione e monitoraggio del lupo: con la loro specifica conoscenza e frequentazione del territorio, i cacciatori già oggi contribuiscono del resto alla raccolta di dati sulla distribuzione, densità e impatto dei lupi sulla fauna. In definitiva, la coesistenza uomo-lupo è una sfida difficile che potrà essere vinta solo portando il tema della conservazione e gestione di questa specie fuori da approcci ideologici, o comunque irrazionali o inadeguati, e puntando invece sul ben più produttivo versante della gestione attiva. 

Elena Guella, vicepresidente SAT Trento 

Elena Guella

Quello del lupo è un ritorno spontaneo, del quale non si può fare altro che prendere atto, opporsi a questo fenomeno non ha senso, anche alla luce della normativa vigente di tutela della specie. 

Alle comunità locali spetta quindi il compito di individuare e mettere in pratica tutte le misure a disposizione per prevenire il conflitto con l’obiettivo di lungo periodo della convivenza. 

Misure che, e questo lo abbiamo esplicitato come SAT, possano anche prevedere l’abbattimento di esemplari che dovessero rivelarsi pericolosi per l’incolumità pubblica. Fattore fondamentale sia per attuare efficaci sistemi di prevenzione sia per puntare alla convivenza resta comunque la conoscenza della specie: sapere come vive e caccia, quali i suoi cicli biologici e le necessità, facilita la comprensione delle sue dinamiche e quindi l’anticipazione dei suoi comportamenti. Questo è l’ambito su cui ci stiamo impegnando come SAT, consapevoli del complesso quadro normativo e soprattutto sociale che circonda il lupo (e l’orso), promuoviamo l’approfondimento degli aspetti biologici, etologici e normativi, con l’obiettivo di formare anzitutto i nostri soci ad essere frequentatori della montagna consapevoli, che sappiano riconoscere il valore della biodiversità in tutte le sue componenti, inclusi quindi i grandi carnivori. 

Il lupo non è una specie cacciabile ed è altamente protetta da leggi italiane ed europee. Uccidere un lupo è un reato penale punibile anche con la reclusione. Ciò nonostante sono centinaia i lupi uccisi illegalmente in Italia ogni anno
Pista di lupo (Foto: guardiacaccia Giacomo Franch)

Ma che allo stesso tempo sappiano muoversi con prudenza, laddove richiesta, in una montagna che, assieme al lupo, torna a punteggiarsi di cani da guardiania, nei confronti dei quali, parimenti a lupi e orsi (ma anche vacche, asini, etc.), è necessario apprendere quel linguaggio diplomatico che aiuta a risolvere positivamente situazioni potenzialmente critiche. 

L’accettazione di queste preziose specie deve passare inevitabilmente da un patto di comunità, al quale tutte le componenti della società devono costruttivamente contribuire per individuare nuove strategie di convivenza.

In Trentino, Al monitoraggio ci pensa il MUSE

Abbiamo posto qualche domanda anche alla ricercatrice Giulia Bombieri. Ha concluso nel 2020 il dottorato di ricerca in biologia con una tesi sulle interazioni tra uomo e grandi carnivori a scala mondiale. Attualmente è ricercatrice presso la Sezione Zoologia dei Vertebrati del MUSE (Museo delle Scienze di Trento) dove lavora su vari temi legati ai grandi carnivori e in particolare al lupo nell’ambito del progetto LIFE WolfAlps EU.

Giulia Bombieri

Questo è il primo progetto nazionale di monitoraggio della specie? 

Sì, si tratta del primo tentativo di portare avanti un monitoraggio coordinato ed omogeneo a scala nazionale, “impresa” per niente semplice. La raccolta dati si concluderà solo a fine marzo, quindi i risultati saranno disponibili solamente dopo che avremo inserito tutti i dati nel database condiviso con{“type”:”block”,”srcClientIds”:[“5a207e94-8985-44d5-8fb1-a08b02c6dd88″],”srcRootClientId”:””} la PAT ed integrato le informazioni raccolte dalle varie fonti.

Quanti i volontari e i ricercatori coinvolti in questo progetto? 

Gli operatori coinvolti nell’attività di raccolta sistematica dei segni di presenza del lupo sul campo lungo percorsi stabiliti (chiamati “transetti”) sono circa 80, tra personale e volontari associati al MUSE, personale di sorveglianza e tecnici dell’Associazione Cacciatori Trentini e volontari di varie associazioni ambientaliste. 

Quanti i branchi censiti? 

I dati ufficiali sono quelli riportati dall’ultimo Rapporto grandi carnivori, che riportava 13 branchi sul territorio nel 2019. Tale numero è destinato ad aumentare per il 2020, ma bisognerà attendere la revisione di tutti i dati raccolti e la pubblicazione dello stesso per poter avere una fotografia accurata della situazione attuale. 

Lo scopo è “stimare l’abbondanza e la distribuzione della specie in provincia di Trento, e contribuire a disegnare il quadro distributivo a scala nazionale”… 

“Abbondanza” significa appunto quanti animali ci sono e “distribuzione” significa dove si trovano. Questi sono dati importanti e per niente banali da ottenere, che richiedono la combinazione di diverse strategie di monitoraggio compreso il monitoraggio opportunistico (rinvenimento occasionale di segni di presenza/avvistamenti di lupi), quello sistematico (percorrenza mensile di transetti prestabiliti), l’impiego di fototrappole, che può aiutare nell’accertare la presenza e determinare il numero minimo di individui in un certo branco, e le analisi genetiche. 

È in particolare grazie alle analisi genetiche, infatti, che riusciamo per esempio a capire i rapporti di parentela tra i vari branchi o da dove potrebbe arrivare un lupo in dispersione, o ancora se si tratta di un lupo della popolazione italica o dinarica. Per esempio, negli anni scorsi grazie alla genetica si è riusciti a verificare che lupi nati nel branco della Lessinia hanno lasciato il branco natale e hanno colonizzato nuove aree in Trentino (ad esempio la Val di Fassa, l’Altopiano di Asiago e altre aree del Veneto), formandovi nuovi branchi.

Mappa delle celle 10×10 km che verranno coperte dal monitoraggio

Il lupo però non è animale stanziale.

A dir il vero rispetto a questo punto occorre fare una precisazione: il branco è una unità familiare che utilizza in maniera stabile un certo territorio, la cui estensione varia in base a diversi parametri, uno dei quali la quantità di prede. Arrivando a definire il numero di branchi presenti in un certo territorio, nel nostro caso la provincia di Trento, ed il numero di lupi presenti all’interno di ciascun branco, possiamo quindi arrivare a definire con una certa precisione il numero di lupi presenti. Il periodo di monitoraggio (da ottobre a marzo), in cui i piccoli dell’anno si muovono con il branco, è il periodo migliore per arrivare a censire la popolazione di lupi in un determinato territorio. È chiaro che il dato raccolto è relativo all’anno in corso, e per questo motivo il monitoraggio della popolazione non è da intendersi come un’azione che si porta avanti un anno e basta, ma deve essere continuativo per poter aggiornare i dati di anno in anno.

Vedere il lupo è raro perché teme l’uomo e lo considera una minaccia
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Pubblicato da Camilla Jerta Rampoldi

Giornalista pubblicista e fotografa, laurea in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Milano. Collaborazioni sia con diverse testate giornalistiche, soprattutto per cronaca e attualità, sia con uffici stampa e società di produzione televisiva. Specializzazione in tematiche ambientali.