Elio Fox. “Tegnive stret el dialet”

Elio Fox, giornalista, scrittore, storico, studioso, commediografo, può essere definito una pietra miliare della cultura trentina alle quale ha dedicato tutta la sua vita. Autore di decine di pubblicazioni come “Storia e antologia della poesia dialettale trentina” in quattro volumi, “Teatro dialettale trentino” in due volumi, “ Vocabolario della parlata dialettale contemporanea della Città di Trento e conservazione dell’antico dialetto”, “Il Trentino e l’Italia 1961-2011”, tredici le commedie dialettali scritte come “Fiori de naranz” o “Storie de ancòi”, fondatore del Cenacolo trentino di cultura dialettale, già presidente del Club Armonia, della Pro Cultura, socio dell’Accademia degli Agiati, dell’Accademia Catulliana di Verona, della Sosat, direttore di riviste come “Ciàcere en trentin”, giornalista all’”Alto Adige” e “Il Gazzettino”, capo ufficio stampa della Provincia, numerosi i premi e riconoscimenti ottenuti negli anni. Elio Fox, massimo studioso del dialetto trentino, tre figli e sette nipoti, a 93 anni è ancora sempre molto attivo nella divulgazione culturale della nostra terra.

Con il nostro Giuseppe Facchini

Quali sono le sue origini?

Il papà è della Vallarsa, da Foxi, la mamma di Aldeno, sono nato però a Salorno. I miei genitori si erano trasferiti a Parigi dove viveva una sorella del papà e lì è nato mio fratello Remo. Si costruiva la metropolitana e avevano bisogno di operai. Vivevano però in un appartamento umido e la mamma si era ammalata così che negli anni ’20 sono tornati in Italia fermandosi a Salorno a lavorare aprendo un negozio di calzolaio. Con la crisi del ’29 e le opzioni, nel venire a Trento a fare la spesa ha conosciuto un calzolaio che stava chiudendo bottega, ha comprato la licenza e ha aperto il negozio a Trento, dove ci siamo tutti trasferiti nel 1938.

Come si è avvicinato al giornalismo?

Mi sono diplomato come computista commerciale, titolo che poi lo Stato ha equiparato ai ragionieri. Ero iscritto al movimento che negli anni ’50 avevano fondato gli onorevoli Aldo Cucchi e Valdo Magnani dissidenti dal Partito Comunista stalinista, il movimento dei socialisti indipendenti e mi chiamarono a Roma per avere degli impiegati anche del nord Italia. Ho iniziato così a scrivere sul settimanale del gruppo che si chiamava “Risorgimento socialista” e dopo due anni sono tornato a Trento dove ho mantenuto la mia collaborazione con il settimanale. Ho fatto diverse inchieste sulla Sloi, sulla Stem, la Michelin, la Caproni e questo mi ha aperto le porte del giornalismo perché da Roma mandavano 50 copie a Trento che distribuivo gratuitamente in città con un mio amico. 

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E come è arrivato a scrivere sui quotidiani?

Un pomeriggio ho incontrato un collega carissimo purtroppo scomparso, Piero Agostini che era appena arrivato a Trento da Rovereto come vice caposervizio dell’Alto Adige e gli ho dato una copia della rivista, mi è poi arrivata la telefonata di Carlo Munari caporedattore di Trento per conoscermi. Nelle sede di via San Marco mi dice che aveva vinto un concorso alla Olivetti per la direzione del settore editoriale a Ivrea e se volevo sostituirlo la porta era aperta. Ho così iniziato anche se in forma non ufficiale, sono stato un paio d’anni a Trento e altrettanto alla redazione di Riva del Garda. Un giorno per sostituire un collega ho seguito il Giro del Trentino, sono salito sulla Vespa del collega Silvano Morandi poi passato alla RAI. Il cielo minacciava pioggia, lui era attrezzato con il giubbetto, io avevo solo il vestito estivo. Arrivati a Campo Carlo Magno, è piovuto di tutto, ghiaccio, neve, si è aperta una voragine sulla strada verso la Val Rendena e siamo arrivati a Riva ghiacciati, ho telefonato il servizio al giornale alla rinfusa e mi sono messo a letto con la febbre altissima, mi ero preso la tubercolosi. Ho passato sette mesi al sanatorio Quisisana di Arco, tornato poi a Trento mi ha invece aperto le porte del giornale Gino Susat che allora era il caporedattore del Gazzettino di Trento. 

Come si è trovato nell’ambiente? 

Al Gazzettino ho lavorato bene, ma un giorno un vecchio amico che lavorava a quella che sarebbe diventata la Grundig mi ha chiesto se riuscivo a creare alcuni slogan di presentazione di nuovi apparecchi, i primi radiogrammofoni. Ho creato lo slogan “il naufragar m’è dolce in questa musica” ed è piaciuto al titolare, il sig. Benvenuto, che mi ha assunto come capo ufficio stampa della Grundig. E lì ho passato buona parte della vita professionale, poi mi sono licenziato per alcuni contrasti per passare alla Laverda. L’amministratore delegato dell’Adige Fabio Corradini mi ha poi detto di provare a fare domanda in Provincia per l’ufficio stampa e sono stato assunto. Il direttore Giorgio Grigolli ha chiesto la disponibilità a tanti ma nessuno ha detto sì. Ho preso il posto che nessuno voleva. Sono diventato così capo ufficio stampa e di tutto il settore delle pubbliche relazioni, avevo 26 dipendenti e ci sono rimasto  fino alla pensione.

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Come è nata invece la passione per il dialetto trentino?

Un giorno mio padre è arrivato a casa a Salorno, con un libro di poesia dialettale, l’ho letto e mi ha entusiasmato al punto che a Trento sono stato tra i primi collaboratori della rivista che nel 1958 aveva fondato l’onorevole Lionello Groff “Ciàcere en trentin” e ho collaborato per 6 anni fino al 1964. Io l’ho ripresa nel 1964 ed è uscita per trent’anni fino al 2014, era diventata una specie di enciclopedia, ricevevo lettere da tutti i circoli trentini sparsi nel mondo. Ho iniziato così a scrivere la mia prima commedia “Storie de ancòi”, e a seguire la “Storia e antologia della poesia dialettale trentina” che parte dal 1200 con i primi documenti recuperati, prima pubblicate a puntate sul “Gazzettino” per poi raccogliere tutto il materiale in un opera straordinaria che mi è valso il prestigioso premio dell’Arge-Alp come miglior opera dialettale delle 11 regioni. Sono stato chiamato anche come capo ufficio stampa di tutto il gruppo dell’Arge-Alp. Da quella esperienza è nato il vocabolario della parlata dialettale che è andato esaurito in poco tempo. 

Altro capitolo importante quello del Cenacolo trentino di cultura dialettale.

Ero presidente da 25 anni del Club Armonia, poi ho avuto qualche problema con Silvio Castelli. Nel club avevo fondato un gruppo di poeti dialettali, erano 9, avevo proposto di inserire un nome di una poetessa che era fuori dal direttivo, hanno bocciato la cosa e me ne sono andato. Di quei 9 poeti, 7 sono venuti con me e in accordo con Italo Varner abbiamo deciso di non disperdere questo patrimonio fondando il Cenacolo che l’anno scorso ha festeggiato i 30 anni e prosegue, abbiamo fatto 4 antologie.

Qual è lo stato della poesia dialettale?

Non è relegata al passato, la progressione continua ma è diminuita di molto la stampa di libri. Anche quest’anno abbiamo organizzato diversi incontri di poesia e prima della pandemia per trent’anni anche il Simposio di primavera a Vattaro con 150 poeti da tutto il Nord Italia.

Quali i temi su cui incentrava i testi teatrali?

I miei temi erano di un teatro di attualità come “Storie de ancòi” che riguardava le polemiche a Trento sulla rivolta giovanile in piazza Duomo contro le istituzioni. Trovavo sempre spunti su argomenti specifici. Alcune sono state tradotte in lombardo e in piemontese. In Lombardia hanno messo in scena la mia commedia in un unico atto, mi hanno invitato su un battello che percorreva il Mincio e da una grande tela si è aperto il sipario ed è andata in scena “Fiori de naranz”.

Come valorizzare la bellezza e la dignità del dialetto nel mondo attuale?

I dialetti sono i genitori della lingua e non il contrario, spesso qualcuno non lo sa. Il dialetto è il legame con il nostro passato che ci ha regalato una grande cultura, basti pensare al dialetto roveretano del ‘700-‘800 con opere straordinarie che si leggono ancora oggi con piacere e gusto eccezionale. È la lingua dei padri, il nostro legame con i nostri avi, è una radice che non si strapperà mai nonostante i problemi. E’ chiaro che il dialetto in quanto tale nel tempo sarà forse destinato probabilmente non dico all’estinzione ma all’emarginazione perché i giovani non sono molto interessati all’uso del dialetto, però ci sono ancora gruppi affezionati in tante valli che coltivano il dialetto.

Quanti sono i dialetti in Trentino?

Sono 25 diversi tra di loro. Alcuni hanno un filo comune, altri no. Quello noneso è più legato al ladino che alla lingua italiana, nella bassa Valsugana si parla quasi bassanese. 

Si può salvaguardare il dialetto insegnandolo?

I dialetti non si possono insegnare ma si possono indicare come indirizzo culturale di scelta privata. Rimane il problema di chi lo potrebbe fare, purtroppo poche persone, oltre a me, Renzo Francescotti, Graziano Riccadonna della Val Rendena, Fausto Rizzardi della Valle di Non e pochi altri. 

Cosa ci può dire del dizionario che ha scritto?

Il mio dizionario è unico nel suo genere, ogni lemma viene messo con il seguito di un verso di poesia o passaggio teatrale che lo contiene. Nel periodo di Guido Lorenzi assessore alla cultura, un uomo colto e intelligente, ho pubblicato 32 volumi di teatro dialettale, una collana unica in Italia che ha fornito alle filodrammatiche un patrimonio straordinario di teatro dove ogni commedia godeva di una mia prefazione e delle diciture in calce per spiegare il significato del dialetto per chi non lo conosce. Ho messo nel dizionario tutte le parole disusate perché si sappia che la parola è esistita e chi lo consulta ha il diritto di sapere il percorso di una lingua dalle origini alle sue trasformazioni finali. 

I giovani e il dialetto.

Ho paura che se in casa il giovane non ha il padre che lo spinge verso questa strada è difficile che da solo la raggiunga. Il dialetto è una radice non è una foglia, o c’è dentro la famiglia o non nasce niente. Mio figlio Riccardo è laureato in legge ed è appassionato del dialetto e ha scritto un romanzo “Il palazzo del diavolo” frutto di una ricerca approfondita. 

Cosa può aggiungere?

Tegnive stret el dialet pù che podè, non è vero come dice qualcuno che il dialetto è deviante verso la lingua ma è uno strumento anche per imparare la lingua. Nel 1927 la casa editrice Trevisan di Milano ha pubblicato tre volumi curati da Angelico Prati della Valsugana “Dal dialetto alla lingua” per le scuole elementari. Senza il dialetto è una perdita culturale perché taglia i legami con la storia non soltanto con la cultura. Il dialetto va difeso come documento importante che ci lega alle nostre tradizioni, il tramonto del dialetto vuol dire il tramonto di una civiltà e di una cultura. La difesa del dialetto non è nostalgia, è un fatto di attualità perché il dialetto è storia, cultura e tradizione. Se dovessimo tagliare i ponti con questa realtà faremmo un grosso passo indietro sul piano sociale civile e umano.

Lei pensa in dialetto o in italiano?

L’importante è pensare.

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Pubblicato da Giuseppe Facchini

Giornalista, fotografo dello spettacolo, della cultura e dello sport, conduttore radiofonico. Esperto musicale, ha ideato e condotto programmi radiofonici specialistici e di approfondimento sulla storia della canzone italiana e delle manifestazioni musicali grazie anche a una profonda conoscenza del settore che ha sempre seguito con passione. Ha realizzato biografie radiofoniche sui grandi cantautori italiani e sulle maggiori interpreti femminili. Collezionista di vinili e di tutto quanto è musica. Inviato al Festival di Sanremo dal 1998 e in competizioni musicali e in eventi del mondo dello spettacolo.