5. L’ira che sta arrivando

Potrebbe avere trent’anni, la barba lunga i capelli incolti, in mano l’immancabile Bibbia (la stessa che ho trovato come segno di benvenuto nel cassetto dell’hotel). Il cartello che sorregge dice una cosa del tipo: “Fuggite dall’ira che sta arrivando. Pentitevi e convertitevi perché i vostri peccati potrebbero rendersi invisibili”. Sono due citazioni, la prima dal Vangelo secondo Matteo, la seconda dagli Atti degli Apostoli. Con un altoparlante il giovane profeta continua a lanciare strali e ammonimenti muovendosi a piccoli passi davanti alla mole imbandierata (oggi c’è anche la Union Jack in onore di Elisabetta II) e super sorvegliata della Borsa di NY. Un profeta moderno che tenta disperatamente di farci arrivare un messaggio. Molti lo avvicinano per un selfie, lo deridono, ma lui se ne frega e prosegue nel suo intento, con una inquietante luce negli occhi che ci regala l’ennesimo dubbio. E anziché lui fossimo noialtri, tutti noi, tutti quelli che gli girano attorno armati di cellulare, tutti quelli fuori e dentro il fortino, se fossimo noi i veri pazzi e lui l’unico ad aver capito?

Tra limousine che scaricano occhialuti signori orientali, guardati a vista da guardie del corpo alte due metri, agenti di borsa che corrono elegantissimi con il telefono all’orecchio. Sì, la sensazione che mi fa lo Stock Exchange è quella del fortino assediato. Lì dentro si decidono di fatto le sorti dell’umanità e noi stiamo fuori a guardare, in attesa dell’ira che, galoppando, giungendo da chissà dove, sta per travolgerci.

Lo pensavo già scendendo alla fermata del World Trade Center. Quel che è accaduto in questo punto venti anni fa, che ci aveva fatto pensare ad una sorta di fine dei tempi, è stato metabolizzato, reso memoria e – è brutto dirlo ma è così – mangime per turisti affamati. Nonostante tutto questo si chiami “Memoriale” siamo riusciti a dimenticare tutto, a trasformare la tragedia dell’11 settembre 2001 in un dinosauro architettonico, con tanto di cassa toracica sventrata evocata dalla struttura.

È bella New York, ma non lo è il suo volto nascosto: i mendicanti, i negozietti messi su dagli orientali, i tempi morti delle esistenze degli ultimi, e poi questa sensazione – come sta provando a comunicarci l’enigmatico profeta di Wall Street – che qualcosa stia per cambiare. Ed occorra muoversi, fare qualcosa prima che l’onda ci travolga.

Una incisione sulla Broadway Street ricorda la visita di Alcide De Gasperi del 13 gennaio 1947. Un’Italia umiliata che giunge con il cappello in mano, prima di abbandonarsi alla disperazione. Cosa gli americani chiederanno in cambio lo sappiamo molto bene, perché ne stiamo subendo gli effetti ancora oggi. Le visite e gli ossequi del premier Mario Draghi alla corte di Biden sono forse molto diversi? Nel 1947 si chiedevano grano e petrolio, oggi qualcosa di più impalpabile, informe, digitalizzato.

Una volta era il lavoro la discriminante. Se ti davi da fare, lavorando sodo, notte e giorno, sapevi di poter ottenere la giusta ricompensa, ma oggi? A cena nell’elegante casa di Giulio, a Paramus, un sobborgo residenziale a una decina di km dalla grande mela, coccolati dalla simpatica padrona di casa, ne parlo con Dino Clemente, settantenne di Altamura (Ba) che qui ha costruito una sorta di impero fondato sulla farina. Biscotti, pasta, dolci. Quando arrivò a New York, 45 anni fa, sapeva dire solo “good morning”; gli diedero un furgoncino e gli indicarono un gruppo di case al di là del ponte: “Quella è Brooklyn, vai!” E via a consegnare quintali di pane appena sfornato.

Oggi lavorare sodo non basta più. Per questo in tanti hanno smesso di farlo. Che poi è il significato preciso di quel “blotted out” scritto sul cartello di quel giovane a Wall Street. “Per nascondere o bloccare la luce da qualcosa”. La luce della speranza.

Dino Clemente
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Pubblicato da Pino Loperfido

Autore di narrativa e di teatro. Già ideatore e Direttore Artistico del "Trentino Book Festival". Il suo ultimo libro è: "La manutenzione dell’universo. Il curioso caso di Maria Domenica Lazzeri” (2020).