4. Non ha più senso dormire quando sei a New York

Scrivo in questo momento sulla terrazza dell’Holland Hotel, quasi all’imbocco del tunnel omonimo che porta da Jersey City nel cuore di Manhattan. Da qui osservo il sole che tramontando invia schegge di luce ai milioni di finestre di Manhattan. L’aria è dolce, quasi frizzante. Dev’essere la vicinanza dell’Hudson che scorre proprio qui accanto.

Giulio Picolli viene a prendermi al Terminal 1 ed è la consueta “furia umana”. È classe 1942, ma ha l’energia di un ragazzo di venticinque anni, la forza di venti braccia. Il suo abbraccio a Newark è commovente e caldo e noi lo sappiamo il perché. C’è una donna di mezzo, una ragazza della Valle di Fiemme, una mugnaia per la precisione, la cui vicenda ha toccato le nostre vite e ha unito i nostri destini, fino a fare in modo che io mi trovassi qui, oggi, 8 settembre 2022 al cospetto della skyline più famosa del pianeta.

Giulio ha scoperto la storia di Maria Domenica Lazzeri grazie all’ascolto fortuito del mio testo. La riduzione radiofonica andata in onda sulla Rai del Trentino Alto Adige tra aprile e giugno del 2020. Da allora, nemmeno lui è riuscito più a liberarsi di questa storia. Ma ne riparleremo.

Diciamo qualcosa della città, invece. Per dire di quanto New York sia diversa, basti dire che è alla stessa latitudine di Napoli, ma si cena all’ora di Vipiteno.

Quasi 500 anni fa (tra due anni l’anniversario) Giovanni da Verrazzano scopre l’isola per conto di Francesco I Re di Francia, sperando di trarne gloria e ricchezze, ma il sovrano trova perfettamente inutile questo lembo di terra a forma di sigaro che i nativi Lenape chiamano Mannahatta, che significa “isola dalle molte colline”.

Con Giulio ripassiamo velocemente il programma dei prossimi giorni. Mi ha inserito fra i cerimonieri dell’11 settembre al Consolato Italiano. Cosa c’entra il mio amico con la tragedia del 2001? Diciamo che è stato il fautore del riconoscimento ufficiale di quasi 300 vittime italo-americane, sancito dall’apposizione di una grande lapide all’interno del Consolato di Park Avenue. Giulio si è battuto per dare dignità ai nostri connazionali e loro discendenti che hanno trovato la morte nell’apocalisse delle torri gemelle. Tra loro il suo figlioccio, appena ventenne.

Leggerò i nomi di dodici caduti, durante la commemorazione solenne, alla presenza dei parenti delle vittime. È un grandissimo onore e, ne sono sicuro, sarà un’emozione infinita. Me lo dice mentre la sua auto si incunea tra i peers di fronte a Manhattan, cubi di cemento dati via a 40mila dollari al metro quadro. E il motivo di questo prezzo stratosferico lo comprendo ben presto. “Sei pronto?”, mi domanda Giulio. Ehm, sì, ma per cosa? Mi volto verso la mia destra e mi trovo davanti a uno scenario che definire magico è volerlo svilire. In questo contesto tento un esame di realtà, perché non mi capacito. No, proprio non riesco ad accettare l’idea di essere proprio qui. Nel cuore della città vista così tante volte sul grande schermo, letta in decine e decine di romanzi, spiata nei telefilm, ascoltata nelle canzoni. La Freedom Tower, l’Empire State Building, il ponte di Brooklyn: ogni mattoncino del mio immaginario è presente. Resto senza fiato. Una vera e propria Sindrome di Stendhal. L’ultima volta mi era capitato nel 2003, davanti alla “Presa di Cristo nell’orto” del Caravaggio, al National Museum di Dublino. Ci vogliono alcuni bicchieri di Pinot nero della California per far sì che possa riprendermi.

Una volta a letto, il brillio delle mille luci di NY continua a punzecchiarmi il sistema limbico, come la fata morgana, un miraggio nel deserto. Non c’è pillola abbastanza forte per portare il sonno adesso. È una bellezza tavor-refrattaria. Ma tanto che importa? Non ha più senso dormire quando sei a New York.

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Pubblicato da Pino Loperfido

Autore di narrativa e di teatro. Già ideatore e Direttore Artistico del "Trentino Book Festival". Il suo ultimo libro è: "La manutenzione dell’universo. Il curioso caso di Maria Domenica Lazzeri” (2020).