Quando Londra chiamò

Nel 1979, con questo doppio album Londra chiamò il resto del mondo. E il mondo rispose.

Classificato sempre fra i dischi più importanti della storia del rock, London Calling, terzo lavoro dei Clash, portò la band, la più famosa della prima ondata punk inglese assieme ai Sex Pistols, fuori dai suoi territori abituali. Qui c’è il rock, certo, nella marcia nervosa che dà il titolo all’album, o in Death or Glory, o in Clampdown, ma anche il pop, il reggae, il rockabilly, il R&B. In tutto ciò, l’urgenza del punk – la sua energia, la sua gioia anarchica, ed il suo impegno, perché il punk inglese, e quello dei Clash in particolare, era molto politicizzato – in questi solchi rimane tutta. Anzi, la contaminazione fra i generi la moltiplica. I Clash in un certo senso fecero quello che diceva Alex Langer: “tradire”, perché per i punk della prima ora questo era senza dubbio un tradimento, conservando però un’appartenenza.

Fu in primo luogo la storia dell’incontro fra due sottoculture, che per la verità i Clash avevano annunciato fin dal loro primo album. Quella punk, bianca, stradaiola, cool, proletaria, (anche se Joe Strummer era figlio di un diplomatico) e quella nera, in particolare giamaicana, quella dei Rude Boys dell’isola caraibica trapiantati a South London da un’immigrazione che in UK era realtà da un pezzo (ed infatti noi ragazzi italiani si andava a Londra per scoprirla).

Il risultato fu, beh, come dire: eccezionale. I momenti più memorabili? Il basso pesante di Paul Simonon in ThGuns of Brixton, il combat-pop di Spanish Bombs, che evoca la guerra di Spagna, la reggaeggiante Rudie Can’t Fail, la malinconica Lost in a Supermarket, e Train in Vain, ghost song (originariamente non indicata sulla copertina dell’album) che divenne une hit negli USA.

Menzione a parte per la copertina, uno scatto in bianco e nero di Pennie Smith, con Simonon che sta per fracassare il basso sul palco, al termine di un concerto al Palladium di New York. La veste finale della cover richiamava (specie nel lettering) il primo album di Elvis Presley. Un omaggio alle radici del rock, ma anche un segnale: non abbiamo paura, neanche dei paragoni. Noi siamo il nuovo.

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Pubblicato da Marco Pontoni

Bolzanino di nascita, trentino d’adozione, cittadino del mondo per vocazione. Liceo classico, laurea in Scienze politiche, giornalista dai primi anni 90. Amori dichiarati: letteratura, viaggi, la vita interiore. Ha pubblicato il romanzo "Music Box" e la raccolta di racconti "Vengo via con te", ha vinto il Frontiere Grenzen ed è stato finalista al premio Calvino. Ma il meglio deve ancora venire.