Il lavoro come mero rito religioso

Gli Shakers erano conosciuti anche con il nome di “Società Unita dei Credenti nella Seconda Apparizione del Cristo”, sono i membri di un ramo del calvinismo puritano dei quaccheri nati nel primo Settecento

Sempre di più sono attratto da un’arte estranea al divenire storico, libera da ogni costrizione di pre e di post, di influenze e di crediti. Osservare e meditare un’immagine che diventa visione. Vedere con lo sguardo dell’immagine, contemplarla contemplando, oltre la tirannia della cronologia. La cronologia è, per la maggior parte delle volte, vestita d’indifferenza, di fredda riflessione, di gelida comprensione. Gli spiragli per intravedere la possibilità di accostarsi all’immagine andando oltre questi veli me li aveva offerti, nel lontano 1987, uno storico e teorico dell’arte atipico, il singalese Ananda K. Coomaraswamy (1877-1947), sapiente ed erudito fusore di Oriente e Occidente. Il suo libro, una raccolta di saggi, si fregiava del titolo “Il grande brivido. Saggi di simbolica e arte” (Edizioni Adelphi, edito grazie all’amore e alla fascinazione che provava Roberto Calasso per questo luminare del sapere). E brivido fu, un brivido che ti attanaglia la mente, ti piglia il cuore facendolo palpitare, ti spalanca porte regali, ti introduce delicatamente nelle molteplici risonanze dei simboli attraverso il tempo e lo spazio, per una storicità esistenziale. Niente di nuovo sotto la luce del sole ma soltanto un’ulteriore conferma di una strada che ci ricorda verità antichissime, ovvero che l’immagine è innanzitutto supporto per la contemplazione, per una meditazione intrapresa prima con l’anima e poi con la mente. 

Ho sempre pensato che sia impossibile rimanere psicologicamente indifferenti di fronte a certe opere romantiche, ai lavori dadaisti o surrealisti, all’ingordigia fraseologica futurista o a certe neoavanguardie come l’arte povera o la land art, e che sia inevitabile farsi coinvolgere emotivamente e spiritualmente, farsi trascinare nei gorghi dell’indefinibile e della provocazione. L’approcciarsi a una raffigurazione svincolata dal suo essere “qui e ora” ci aiuta a capire le immagini più remote e al contempo anche le più quotidiane, dall’icona all’oggetto di uso domestico. La strada – qualcuno la chiama la Via – è allora quella della percezione spirituale, della “ierognosi”, letteralmente lo “svelare”, lo “scoprire”.

La lettura dell’opera d’arte diventa un procedimento interiore, «di cui le forme esterne sono soltanto un supporto, indispensabile per coloro che stanno ancora percorrendo il cammino e ancora non ne sono giunti al termine, ma superfluo per coloro che ne hanno già raggiunto la fine, e che, per quanto possano ancora essere nel mondo, non sono più del mondo». Esemplare l’articolo sul mobilio degli Shakers, artigiani calvinisti francesi emigrati nel 1777 negli Usa, che arrivano a far coincidere gli insegnamenti religiosi con l’aspetto funzionale dei mobili fabbricati, lavorando non per sé stessi o per la loro gloria personale ma soltanto per il bene dell’opera da compiere. Non siamo lontani da quanto andava dicendo, secoli prima, Marco Aurelio: «far bene il proprio lavoro». Gli ideali degli Shakers stavano in una condotta impeccabile, il lavoro manuale era una sorta di rito religioso, come quello degli amanuensi, degli affrescanti romanici e dei lapidici gotici o come le opere dei diafani preraffaelliti. Gli Shakers sono artisti che hanno anticipato lo spirito del movimento Arts and Crafts (Arti e mestieri), nato a fine Ottocento dai pensieri di William Morris, che considerava l’artigianato come espressione del lavoro dell’uomo e dei suoi bisogni, ma soprattutto come valore durevole nel tempo tendente a spezzare i pessimi prodotti, la bassa qualità dei materiali e il miscuglio confuso di stili rappresentati dalla produzione industriale.

Per riassumere il pensiero di Ananda K. Coomaraswamy, nel quale si sentono gli echi di René Guénon, basterebbe rispolverare le opere della Filosofia Perenne e i molti dialetti di un unico linguaggio spirituale: il compito di penetrare un’immagine è eminentemente pratico, e la ricerca si conclude soltanto quando il ricercatore stesso “sia divenuto” l’oggetto della sua ricerca.

Condividi l'articolo su:

Pubblicato da Fiorenzo Degasperi

Fiorenzo Degasperi vive e lavora a Borgo Sacco, sulle rive del fiume Adige. Fin da piccolo è stato catturato dalla “curiosità” e dal demone della lettura, che l’hanno spinto a viaggiare per valli, villaggi e continenti alla ricerca di luoghi che abbiano per lui un senso: bastano un graffito, un volto, una scultura o un tempio per catapultarlo in paesi dietro casa oppure in deserti, foreste e architetture esotiche. I suoi cammini attraversano l’arte, il paesaggio mitologico e la geografia sacra con un unico obiettivo: raccontare ciò che vede e sente tentando di ricucire lo strappo tra uomo e natura, tra terra e cielo, immergendosi nel folklore, nei miti e nelle leggende. fiorenzo.degasperi4@gmail.com