Il tenente Pilati e il pittore Pancheri

Gino Pancheri, Ritratto di Marcello Pilati, olio su tavola, 1932. Trento, Cassa di Trento

È in corso a Torre Vanga una mostra sulla tragica spedizione militare degli Alpini in Unione Sovietica durante la seconda guerra mondiale. Una sezione del percorso di visita è dedicata alla figura del tenente Marcello Pilati, ufficiale della Divisione alpina Tridentina noto ai lettori italiani per le sue cronache dal fronte russo inviate al Corriere della Sera.
Nato a Trento nel 1906, Pilati morì assassinato da un commilitone il 15 marzo 1943 nel campo di prigionia di Aleksin presso Tula. Accanto ad alcune fotografie scattate in Russia, in mostra è presente il suo ritratto, che fu eseguito a Trento da Gino Pancheri nel 1932, come risulta dalla firma e da una scritta a tergo. L’opera immortala le sembianze di Pilati nell’epoca più felice della sua esistenza, quando, non ancora trentenne, era diventato una delle personalità più rappresentative dell’alpinismo trentino.

L’effigiato è infatti ripreso a mezzo busto, in una spartana tenuta da montagna, sullo sfondo delle Dolomiti di Brenta, che furono lo scenario delle sue più epiche scalate. Pilati ne diede conto in un libro divenuto celebre, Arrampicare: storie di roccia, pubblicato a Milano nel 1935 e più volte ristampato. L’edizione del 1964 reca in copertina la riproduzione a colori del dipinto di Pancheri, che, da allora, è passato sotto silenzio, benché risulti catalogato nella monografia curata da Gabriella Belli nel 2005. Il ritratto è stato concesso in prestito all’A.N.A. dalla Cassa di Trento, che ne è proprietaria dal 2021, anno in cui lo ha acquisito sul mercato antiquario veronese, dove era approdato dopo essere comparso in asta a Milano l’anno precedente. 

Il recupero di quest’opera ci consente di ricapitolare in breve quanto sappiamo della ritrattistica di Pancheri. È un filone minore ma fondamentale della sua attività creativa, che nasce già adulto con lo straordinario Autoritratto del 1928 (Rovereto, Mart) – una piccola tavola che si direbbe dipinta a gara con l’Autoritratto col cappello di Annibale Carracci, tanto vivo vi appare il carattere dell’artista – e si dipana nei successivi quindici anni in una serie limitata e rigorosa di immagini di grande forza espressiva, dal Ritratto del farmacista Carlo Guido Stoffella del 1933, di stretta osservanza novecentista, al Ritratto della signora Larcher del 1937, con la figura armoniosamente inserita nel paesaggio, fino alla Collegiale del 1942, che per delicatezza e impasto cromatico sembra
un omaggio a Renoir.

Il ritratto di Pilati si colloca nel pieno della stagione novecentista di Pancheri, che fu addolcita dalla sua personale ispirazione, “raffinata e sognante” secondo la definizione di Edoardo Persico. Componendo l’effigie del suo concittadino, Pancheri ha saputo trasmettere lo spirito d’avventura che animava quella generazione di rocciatori, abituati ad affrontare le vette a mani nude e con povertà di mezzi: sono valori che il pittore traduce in pennellate franche e magre, senza però abbassare la tavolozza che anzi si accende nel rosso della sciarpa, nell’abbronzatura del viso e nel rosa tenue della roccia dolomitica baciata dal sole, per poi raffreddarsi gradualmente nell’azzurro
del cielo e nel bianco delle nubi.

È evidente che tra le due personalità si è instaurata una sintonia, grazie alla quale il pittore ha saputo cogliere fedelmente non soltanto le sembianze esteriori del soggetto – come conferma il confronto con i ritratti fotografici che ci sono pervenuti – ma anche la sua complessa psicologia.
Questi due protagonisti della vita intellettuale di Trento, pressoché coetanei, condivisero la triste sorte di morire lo stesso anno e per colpa della stessa infame guerra.

Condividi l'articolo su:
Avatar photo

Pubblicato da Roberto Pancheri

È nato a Cles nel 1972 e vive felicemente a Trento. Si è laureato in Lettere a Padova, dove si è specializzato in storia dell’arte. Dopo il dottorato di ricerca, che ha dedicato al pittore Giovanni Battista Lampi, ha lavorato per alcuni anni da “libero battitore” e curatore indipendente, collaborando con numerose istituzioni museali e riviste scientifiche. Si è cimentato anche con il romanzo storico e con il racconto breve. È infine approdato, per concorso, alla Soprintendenza per i beni culturali di Trento, dove si occupa di tutela e valorizzazione del patrimonio artistico. La carta stampata e la divulgazione sono forme di comunicazione alle quali non intende rinunciare, mentre è cocciutamente refrattario all’uso dei social media.