Lo spirito dell’Orzo 

Ci sono canzoni che valgono tutto un disco, e John Barleycorn Must Die, letteralmente “John Grano d’Orzo deve morire”, è una di queste. Se non fosse che l’album omonimo, in realtà, è tutto molto bello.

A suonarlo sono i Traffic, anche se inizialmente avrebbe dovuto essere il primo lavoro solista del cantante e polistrumentista del gruppo, Steve Winwood da Birmingham, che già aveva assaggiato il successo con lo Spencer Davis Group (la cui Gimme Some Lovin’ è stata nel tempo ripresa da innumerevoli artisti,  fra cui i Blues Brothers). 

Pubblicato nel 1970, il disco riflette gli umori musicali di quel periodo. Rispetto alla prima fase dei Traffic, le canzoni si allungano, come nell’iniziale Glad, un brano strumentale dall’attacco trascinante, dominato dal piano e dal sassofono, che poi scivola nella altrettanto riuscita Freedom Riders. Le sonorità spesso si allontanano dal rock blues, esplorando con classe i territori del jazz rock, del folk, del progressive, anche se Empty Pages sembra scritta apposta per esaltare la voce soul di Winwood, che anche in seguito non abbandonerà mai del tutto le sue matrici “nere”, care a tanti musicisti bianchi britannici (da John Mayall agli Stones).

Tuttavia, dicevo, questo Lp verrà ricordato per sempre grazie alla canzone che gli dà il titolo, una lunga ballata “celtica” scandita dalla chitarra acustica e dal flauto di Chris Wood (il terzo del gruppo è Jim Capaldi, alla batteria e voce). L’argomento in apparenza è un delitto, commesso da tre uomini giunti dall’Ovest, uniti dal solenne giuramento di uccidere John Grano d’Orzo. In realtà la canzone – estratta dal repertorio della tradizione folk britannica – racconta il ciclo dell’orzo, dalla semina fino alla maturazione, alla mietitura, e così via. Ed in fondo a tutte queste “torture” che cosa abbiamo? Il whisky, naturalmente.

Pezzo che richiama i riti di morte e rinascita propri di tutte le culture contadine, su cui indagò fra i primi il grande antropologo inglese James Frazer nel suo monumentale “Il ramo d’oro”, John Barleycorn non è mai invecchiata. Il regista italiano Gabriele Salvatores la inserì nella colonna sonora del suo Nirvana (1997).

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Pubblicato da Marco Pontoni

Bolzanino di nascita, trentino d’adozione, cittadino del mondo per vocazione. Liceo classico, laurea in Scienze politiche, giornalista dai primi anni 90. Amori dichiarati: letteratura, viaggi, la vita interiore. Ha pubblicato il romanzo "Music Box" e la raccolta di racconti "Vengo via con te", ha vinto il Frontiere Grenzen ed è stato finalista al premio Calvino. Ma il meglio deve ancora venire.