A chi appartiene la Storia?

Young Men From Indigenous people of Sabah Borneo in East Malaysia in traditional attire during Musical and Dance Festival.

 “Le droghe, il gioco e il resto non piovono dal cielo, lo so non è progresso ma è un’orgia di idiozia” cantano così i Litfiba in Siamo Umani (El Diablo 1984), rievocando un ipotetico dialogo tra un capo indiano, così volgarmente chiamato, ed un uomo bianco. Un brano che vuole porre l’attenzione su tutto quanto di negativo ha portato la cosiddetta civiltà alle popolazioni indigene; raccontare dunque come le floree e incensate promesse dell’uomo bianco alla fine non si siano rivelate altro che astuti inganni, i quali hanno di conseguenza generato immensi disagi. Tutto ciò anche pensando unicamente al caso (e scandalo) più tristemente celebre della storia, ovvero la colonizzazione d’America.

La composizione della popolazione della Malesia, stato del sud est asiatico, è altamente eterogena. In altre parole, non esiste una vera e propria etnia malese. Vi sono diverse popolazioni indigene, che creano una forte contrapposizione pensando al ruolo che sta avendo il sud est asiatico nel processo di globalizzazione e modernizzazione mondiale. Una di queste sono indigeni Semai, presenti soprattutto nello stato di Perak.

A fronte di quanto accaduto storicamente in America, non stupisce quindi che nel documentario sulla popolazione Semai, proiettato in occasione della mostra Pera + Flora + Fauna, The Story of Indigenousness and the Ownership of History, si nota come quasi sempre l’indigeno nutra una certa diffidenza rispetto ai cronisti che vogliono raccontare la loro popolazione. “Qual è lo scopo della tua visita? Cosa dirai di noi?” Quesiti che se posti da un uomo “perbene”, benvestito in un qualsiasi controllo doganale non provocherebbero il minimo dubbio di legittimità, mentre se posti da un indigeno, avvolto in abiti tradizionali nella giungla sembrano minare chissà quale principio di illuminista memoria, facendo sentire i giornalisti, ma chiunque guardi dall’altra parte della barricata, molto a disagio. 

Se sotto alcuni aspetti questo può essere considerato positivo, al tempo stesso porta con sé enormi svantaggi ed effetti negativi. 

Diamo un’occhiata al documentario. Ad un certo punto, un indigeno afferma di essere spaventato nel pensare di uscire dalla sua comunità. Infatti la conoscenza che il suo popolo ha del mondo esterno è limitata unicamente ai contatti che la globalizzazione ha voluto stabilire con loro, con il solo fine, quindi, di sfruttare ogni risorsa possibile. La popolazione Semai deve dal 2004 combattere per diritti scontati ad altre latitudini. Contro lo sfruttamento sfrenato da parte del governo malese di ogni risorsa e del turismo di massa, ad esempio. Vorrebbero far sentire la loro voce, dimostrando al mondo come la loro comunità funzioni e rimarcando la loro volontà di mantenere le loro usanze e tradizioni. In poche parole, dimostrare che non è necessario sottomettersi alle perverse logiche della globalizzazione per avere uno stile di vita dignitoso.

Stefano Cagol, Far Before and After us (ph. © Stefano Cagol)

Tra i compiti dell’arte, quello di denunciare disagi sociali e situazioni simili a quella succitata. Stefano Cagol è artista specializzato in arte concettuale e arte ambientale. Una delle sue peculiarità è la realizzazione quasi totalmente autonoma delle sue opere. Ad esempio, nell’installazione “far before and after us”, presente nella mostra in questione, i video che si susseguono continuativamente sono realizzati tutti da lui medesimo, con l’aiuto di treppiede, drone ed altre artificialità. Il fine di Cagol è ricercare il rapporto tra uomo e natura, nel caso specifico dell’opera suo compito è la ricerca dell’idea di indigenità. Poiché l’indigeno, per quanto riguarda per lo meno l’immaginario comune, vive più a stretto contatto con la natura. Questa caratteristica non lo rende però per questo migliore come anche spesso si è portati a credere. Egli infatti non ha alcuna presunzione di essere migliore rispetto agli “altri”, come magari si potrebbe volgarmente definire chi vive nelle amenità prodotto di globalizzazione ed affini. Riconosce unicamente il suo modo di vivere come diverso. 

Sempre all’interno del documentario citato, un indigeno afferma che anche loro, come chiunque, si trovano costretti ad affrontare quotidianamente varie problematiche. Seppur non contaminata da tanti degli effetti negativi che la globalizzazione porta con sé, la loro vita infatti non è esente da difficoltà, ritrova però una certa coerenza nella tipologia di problematiche. Difatti se si pensa all’incredibile mole di criticità che il progresso, quindi la libertà e quindi ancora la possibilità di scelta hanno portato con sé, ci si può accorgere dell’enorme differenza nella tipologia di disagio affrontato. L’idea di “incertezza” infatti in società come quella del popolo Semai è quasi inesistente, mentre nella società globale sembra imperare, portandosi disagi, spesso importanti. 

Parliamoci chiaro: la globalizzazione offre enormi possibilità, certo, ma quale è il vero prezzo da pagare? Una domanda che oggi si pone perfino una scienza: l’etnopsichiatria, scienza che si occupa di studiare come le patologie siano spesso influenzate dal contesto culturale. Ad esempio, molte delle nuove patologie che i giovani europei, dal boom economico in avanti, si sono trovati ad affrontare, in una popolazione scarsamente o per nulla globalizzata possono essere quasi totalmente assenti. Questo poiché queste società spesso si basano su un sistema patrilineare di successione lavorativa. Per questo, un ragazzo sa sin da bambino quale sarà il lavoro che lo accompagnerà per tutta la vita, eliminando in questo modo ogni possibile indecisione e, quindi, conseguente disagio.

Al loro vivere in modalità pressocché simbiotica con la natura ne consegue un profondo rispetto, quasi innato. “Ecco cosa dovremmo prendere da loro”, afferma Stefano Cagol, “sarebbe in fin dei conti un riprendere, un ritrovare, poiché un tempo noi eravamo esattamente come loro”. Una delle grandi differenze tra “loro” e la nostra civiltà globalizzata sta nel loro riconoscere di non essere proprietari di nulla, bensì solamente “ospiti” del pianeta. Rifacendosi, inconsciamente, a quel che sostiene Serge Latouche quando parla di “Illusione della proprietà”, i Semai percepiscono molto bene di non possedere la terra, e con lei tutte le relative risorse. In quanto “ospiti” sanno che devono trattare tutto ciò che è stato donato con rispetto e parsimonia, per gli ospiti che succederanno loro. Ciò porta ad una profonda riflessione. Chi nella Storia ha stabilito la facoltà di possedere, comprando, o conquistando con la forza, un territorio? 

Alla mostra veneziana, Cagol è l’unico artista non malese presente. “Volevano avere un punto di vista diverso dal loro – confessa – sia dal punto di vista culturale che dal punto di vista geografico. Infatti, la mia opera è ambientata sulle Alpi. Riprendendo però il titolo dell’opera – Far before and after us (Molto prima e dopo di noi) – si focalizza l’attenzione su come il nostro concetto di tempo sia totalmente relativo e soprattutto limitato. Le Alpi c’erano già molto prima della comparsa dell’uomo, ed avevano un clima molto simile a quello malese odierno. Il mio rievocare un rituale con un fumogeno, che rappresenta il fuoco, vuole significare un ritorno al legame ancestrale tra uomo e natura.” 

>

 È curioso, ma oggi la globalizzazione sta sempre di più accorciando la distanza culturale esistente tra i popoli, compresa quindi anche quella tra le popolazioni indigene e quelle globalizzate. “Non c’è più, dice ancora Cagol riferendosi proprio a questo, una marcata differenza come poteva esserci un tempo tra noi e i malesi. Fondamentalmente infatti, un ragazzo malese è uguale ad un ragazzo trentino.”

Quello che forse ancora mantiene uno scarto – non sappiamo ancora per quanto tempo – sono le problematiche legate al cambiamento climatico. In questo contesto Cagol è da anni in prima linea con le sue denunce, attraverso diverse forme espressive. “Sono figlio di un ambientalismo precedente, che risale fin dagli anni ‘70. Dopo il boom di produzione degli anni ‘80-‘90 questa coscienza ambientale è stata cancellata ed è allora che ho iniziato ad affrontare queste tematiche.” Per quanto riguarda il presente, invece, è un po’ più critico, definendo addirittura la sua visione come apocalittica. “Ormai tutti sanno della presenza di questo problema, dai cittadini ai governi. Infatti sono sempre di più anche gli artisti che si occupano di questa tematica. Però ormai non è più sufficiente che ognuno faccia il suo nel suo piccolo, occorre modificare il sistema economico globale con l’aiuto delle nazioni più potenti. Questo tipo di opere si spera che potranno aiutare nella sensibilizzazione.”

Il genere umano è abituato a non fermarsi fino a quando non ha raggiunto ciò che vuole. “Si fermerà soltanto quando sarà troppo tardi”, sostiene Cagol. Effettivamente l’equilibrio è estremamente fragile, basti vedere con questa guerra quanto poco basti perché si inizi a parlare di bombe atomiche. In una parte di persone, spesso le più influenti, non c’è il minimo di interesse di cambiare. La mentalità è quella di stare bene qui ed oggi, non riuscendo a pensare in prospettiva. All’uomo interessa principalmente utilizzare tutte le risorse disponibili soltanto per poter guadagnare di più, figli di una posizione totalmente capitalistica. Il problema principale è che è insita nella natura umana la distruzione. I romani non avevano il capitalismo, però anche loro erano distruttivi. La loro distruzione è stata infatti più lenta, però alla fine è arrivata. Bisognerebbe cambiare la natura umana.

Riguardo al futuro invece, che cosa bisogna aspettarsi? “Alcuni scienziati del Muse, il Museo delle Scienze di Trento, mi hanno confidato come siano presenti dei segnali per una possibile estinzione di massa”. Sembra una grossolanità, una chiacchiera da bar, ma viene dalla bocca di scienziati, pertanto merita una certa attenzione.

L’uomo deve sostanzialmente capire di non essere invincibile. Fra un milione di anni il mondo esisterà ancora, la razza umana molto probabilmente no, per via della sua condotta sregolata, del vivere ad una eccessiva velocità. Nella nostra eccezionalità e potenza pensiamo di poterci sostituire a Dio, “giocando” con l’atomo e con il DNA, mentre invece la strada più saggia sarebbe quella di ritornare a pensarci non più padroni di nulla, bensì “ospiti”. Proprio come i saggi appartenenti al popolo Semai, per i quali non esiste il concetto di progresso, la nostra immarcescibile “orgia di idiozia”.

L’evento

Nel quartiere storico veneziano di Cannaregio, presso gli archivi della Misericordia, è ospitata fino al 27 novembre la mostra Pera + Flora + Fauna, The Story of Indigenousness and the Ownership of History come evento collaterale della Biennale d’Arte 2022. Il 24 settembre presso la mostra è stato organizzato un talk riguardo le tematiche di ambiente, arte e identità. I partecipanti all’incontro sono stati Stefano Cagol, Franca Tamisari e Pengpeng Wang. 

Stefano Cagol è un artista di origine trentina specializzato in arte concettuale e arte ambientale. Famose sono infatti le sue opere di attivismo che suscitano nello spettatore vari interrogativi riguardo alle tematiche dei confini, dei virus, delle bandiere e delle questioni climatiche. La sua abilità sta proprio nel riuscire tramite le sue opere, spesso installazioni site-specific d’arte pubblica e performance, a mettere in risalto la contraddittorietà presente nel mondo attuale. 

Franca Tamisari è docente di antropologia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha condotto diverse ricerche sul campo – ad esempio tra la gente yolngu in Australia – ed è particolarmente interessata alla dimensione estetica, artistica e performativa delle popolazioni indigene. 

Pengpeng Wang, è un artista e curatore cinese con base tra Firenze e Salerno, luogo nel quale attualmente è dottorando in Estetica e Storia dell’arte. Il suo lavoro di tesi si concentra sulle partecipazioni dello stato malese alle Biennali d’Arte di Venezia, concentrandosi sul rapporto che vi è tra la politica e l’arte, dal momento in cui la Malesia partecipa solamente dal 2019 in seguito a dei grossi cambiamenti politici interni. 

Il dibattito si è proposto di approfondire le riflessioni affrontate nelle opere ed installazioni degli artisti già presenti alla mostra, mettendo al centro ed ampliando il contenuto riguardo ai problemi e alle aspirazioni delle popolazioni indigene; con particolare riguardo per gli indigeni Semai, presenti soprattutto nello stato di Perak, in Malesia. Il dibattito è stato introdotto dalla visione di un documentario sulla stessa popolazione. (FL)

Condividi l'articolo su:

Pubblicato da Fabio Loperfido

Nato allo scadere del millennio, Fabio è uno studente errante che ancora non ha ben chiaro cosa potrebbe volere il mondo da uno come lui. Nel mentre prova ad offrire ciò che vede con i suoi occhi tramite una sua lettura, con la speranza che il suo punto di vista possa essere d'aiuto a qualcuno martellato dai suoi stessi interrogativi.