Dalla bottega a Brian Eno

Pino Putignani, produttore, regista, musicista. In questo periodo ha prodotto il grande evento con Brian Eno “Three installations for Buonconsiglio” e “77 Million Paintings for Beseno” .

Cosa rappresenta questa nuova esperienza?

Incontrare Brian Eno ha significato tante cose personali e professionali. Da un lato la vivo come il raggiungimento di un traguardo dopo un percorso lungo (ho iniziato come garzone di bottega, da ragazzino, nel tour degli Articolo 31 nel ’96 grazie al compianto Maurizio Pipolo), dall’altra l’importanza del mio percorso di studi (sono laureato in sociologia, sembra strano ma questa materia ti da tanti strumenti che uso quotidianamente nel lavoro).  Anno dopo anno, incontro dopo incontro, ho vissuto in maniera istintiva facendo quello che mi sentivo di fare. Alla fine sono arrivato fin qui.

Com’è Brian Eno?

E’ una persona molto particolare, all’inizio ne ero intimidito per la statura: senza dubbio è un professionista con molte marce in più e non sto parlando della fama, per la popolarità o i soldi. Brian è un artista in senso assoluto e costantemente, 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Con lui si lavora tantissimo, ma con gioia. Il suo lavoro è la sua vita. I grandi personaggi difficilmente deludono anche sul versante umano, la stessa sensazione che ho avuto anche con Giorgio Moroder, un uomo di una generosità e di una spontaneità immensa e devo dire che su questo Brian gli somiglia moltissimo. L’aspetto umano per me è determinante, ho rinunciato a collaborazioni importanti dove questo versante non c’era. La fortuna che ho adesso è che riesco a godere della possibilità di scegliere.

Qualche artista con il quale hai lavorato molto bene?

Sicuramente Arturo Brachetti, un grandissimo artista: umanamente ti dà tantissimo e da lui ho sempre ricevuto supporto e consigli importanti anche su lavori miei dove lui non era coinvolto. Elton John mi ha regalato un suo disco autografato che conservo gelosamente: abbiamo alcuni amici in comune e ho sempre sentito parlare molto bene di lui. Mi spiace non aver potuto aver occasione di parlare con lui con calma. Apprezzo molto Ron (che purtroppo non sento da diverso tempo). Conservo un bellissimo ricordo di Lucio Dalla, della sua simpatia, della grande professionalità. Toquinho, veramente un grande, mi ha dato tanti spunti e sempre con modestia pur essendo una star mondiale: ho passato ore ad ascoltare i suoi racconti dei tempi romani e della sua amicizia con Fellini e Anna Magnani.

Cosa ti intriga maggiormente nel scegliere un progetto?

Guardo sempre a qualcosa che finora nessuno ha fatto. Lo stesso progetto con Brian è innovativo: una produzione “giorno dopo giorno” è una novità, molto più faticosa ma immensamente più gratificante. L’ambiente trentino l’ha stimolato molto: lui ama il contesto naturale e la tranquillità ed è rimasto molto colpito dal territorio. In questa fase spero di viaggiare meno e lavorare di più in Trentino.

Per quale motivo?

Ho viaggiato tanto, da giovane sei attratto dal mondo  e le cose del tuo territorio ti sembrano limitate. Le radici invece si devono mantenere e poterlo fare è una fortuna. Mio padre era un profugo istriano e nella mia vita, il tema delle radici, è sempre stato centrale, lo stesso vale per chi ha dovuto tagliare le proprie radici per sopravvivere emigrando. Non dobbiamo mai dimenticare il valore del nostro territorio: in termini di turismo sostenibile sono stati fatti passi enormi e di valore mondiale. Se il mondo dell’offerta culturale andasse a braccetto con questi temi credo potremmo crescere ulteriormente.

Come vedi l’attuale mondo dello spettacolo?

La crisi del settore credo sia precedente al covid e la musica è fortemente responsabile di questo crollo. Sono deluso dal mondo contemporaneo musicale che penso stia arrivando alla fine del suo significato essenziale:  poca creatività e poche cose che colpiscono. Oggi come oggi preferisco lavorare sull’arte più in generale, con diverse contaminazioni di generi e linguaggi.

Il tuo passato da musicista come lo ricordi?

Mi sta a cuore non andare troppo indietro. Quando sono entrato in quel mondo non mi sentivo molto a mio agio. Probabilmente non avevo la forza e forse i numeri per stare sul palco e ho capito che potevo fare meglio in altre ruoli di quel settore. Sono focalizzato sull’oggi e la produzione con Brian Eno così come la collaborazione nata con Alessandro Albertini, manager di Giorgio Moroder, vorrei diventasse il primo passo verso il mio futuro professionale.  

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Pubblicato da Giuseppe Facchini

Giornalista, fotografo dello spettacolo, della cultura e dello sport, conduttore radiofonico. Esperto musicale, ha ideato e condotto programmi radiofonici specialistici e di approfondimento sulla storia della canzone italiana e delle manifestazioni musicali grazie anche a una profonda conoscenza del settore che ha sempre seguito con passione. Ha realizzato biografie radiofoniche sui grandi cantautori italiani e sulle maggiori interpreti femminili. Collezionista di vinili e di tutto quanto è musica. Inviato al Festival di Sanremo dal 1998 e in competizioni musicali e in eventi del mondo dello spettacolo.