I ricordi non invecchiano

Si era innamorato di Benedetta quando era ancora uno studente, gli sembrava un’epoca così lontana, eppure adesso, mentre la guardava leggere e ridere imbarazzata, portandosi una mano davanti alla bocca, il tempo trascorso pareva annullarsi d’improvviso. Gli appariva ancora più bella con le guance leggermente arrossate, il naso arricciato in una smorfia bambina contornato dalle lentiggini e quel sorriso così simile a quando, poco più giovane di lui, ricambiava follemente il suo amore. Erano ragazzi giovanissimi quando si scrivevano ogni giorno, all’epoca non vi erano cellulari o smartphone, e folle era la quantità di lettere e bigliettini che si erano scambiati. Per questo, aveva affrontato ragnatele secolari e muri di mobili pericolanti, ritrovando, vicino a delle conserve ormai avariate, sotterrati nella polvere, in un vecchio baule, reliquie di poco valore economico per il mondo ma così preziose per loro. Doveva riconoscere che era stato uno dei talenti maggiori di sua madre, durante e dopo la guerra, quello di conservare tutto stipando in cantina, perché non si sa mai. Forse non si sbagliava poi tanto, sua madre. Forse, quell’abitudine famigliare di non buttare via niente che tanto a Benedetta riusciva a dare sui nervi, non era poi così terribile e inutile.

Ora, tutti quei messaggi di gioie e pensieri stavano sul tavolo della cucina sotto i loro occhi increduli, molti senza busta, cimeli preziosi pieni di trasporto e speranza, di sentimenti, nostalgie, promesse. Erano ancora lì anche loro due. Insieme da quarant’anni, dall’adolescenza alla maturità. Anni in cui erano successe moltissime cose, dal loro matrimonio ai tre figli, quarant’anni in cui avevano affrontato prove, gioie, paure, e attraversato crisi, come tutte le coppie che stanno insieme da molto tempo. 

Lì per lì, quando aveva vuotato il baule sulla tavola, Benedetta pareva non ricordarsi nemmeno più di tutti quegli scritti scambiati tra i banchi di scuola, a messa o per la strada, colmi di inchiostro e di frasi giovanili che non tradivano alcun timore verso il futuro in cui si dichiaravano innamorati e felici. Era rimasta sbalordita, meravigliata che esistessero ancora e potessero essere così tanti. Erano conservati con cura persino i fiori che avevano preso l’abitudine di seccare e infilare tra le pieghe di quel loro prolungamento di vita interiore così appassionato. Non le pareva possibile che nella loro cantina, quella che tanto pregava di liberare da migliaia di cianfrusaglie inutili accumulate da generazioni e per cui aveva litigato spesso con il marito, potesse restituire all’improvviso un simile dimenticato tesoretto.

Passavano in rassegna le loro lettere, le rileggevano ridendo della propria ingenuità, tra battute e sorrisi dolcissimi, stupiti della loro stessa purezza. Benedetta non nascondeva la tenerezza per i ragazzini che lei e suo marito erano stati, si prendevano in giro, lui non faceva che sorriderle e accarezzarle la mano cedendo alla commozione tra una battuta e l’altra. Andarono avanti così per ore, ricordando chi erano, confermandosi il loro sentimento e rinnovandosi le stesse promesse. Era cambiato l’amore, trasformato, così come erano cambiati loro ma quelle lettere avevano svegliato tutto lo stupore che una vita condivisa quasi per intero si porta dietro, insieme al raccolto di oggetti vari e utili per la vita come cibo e ricordi.

i era innamorato di Benedetta quando era ancora uno studente, gli sembrava un’epoca così lontana, eppure adesso, mentre la guardava leggere e ridere imbarazzata, portandosi una mano davanti alla bocca, il tempo trascorso pareva annullarsi d’improvviso. Gli appariva ancora più bella con le guance leggermente arrossate, il naso arricciato in una smorfia bambina contornato dalle lentiggini e quel sorriso così simile a quando, poco più giovane di lui, ricambiava follemente il suo amore. Erano ragazzi giovanissimi quando si scrivevano ogni giorno, all’epoca non vi erano cellulari o smartphone, e folle era la quantità di lettere e bigliettini che si erano scambiati. Per questo, aveva affrontato ragnatele secolari e muri di mobili pericolanti, ritrovando, vicino a delle conserve ormai avariate, sotterrati nella polvere, in un vecchio baule, reliquie di poco valore economico per il mondo ma così preziose per loro. Doveva riconoscere che era stato uno dei talenti maggiori di sua madre, durante e dopo la guerra, quello di conservare tutto stipando in cantina, perché non si sa mai. Forse non si sbagliava poi tanto, sua madre. Forse, quell’abitudine famigliare di non buttare via niente che tanto a Benedetta riusciva a dare sui nervi, non era poi così terribile e inutile.

Ora, tutti quei messaggi di gioie e pensieri stavano sul tavolo della cucina sotto i loro occhi increduli, molti senza busta, cimeli preziosi pieni di trasporto e speranza, di sentimenti, nostalgie, promesse. Erano ancora lì anche loro due. Insieme da quarant’anni, dall’adolescenza alla maturità. Anni in cui erano successe moltissime cose, dal loro matrimonio ai tre figli, quarant’anni in cui avevano affrontato prove, gioie, paure, e attraversato crisi, come tutte le coppie che stanno insieme da molto tempo. 

Lì per lì, quando aveva vuotato il baule sulla tavola, Benedetta pareva non ricordarsi nemmeno più di tutti quegli scritti scambiati tra i banchi di scuola, a messa o per la strada, colmi di inchiostro e di frasi giovanili che non tradivano alcun timore verso il futuro in cui si dichiaravano innamorati e felici. Era rimasta sbalordita, meravigliata che esistessero ancora e potessero essere così tanti. Erano conservati con cura persino i fiori che avevano preso l’abitudine di seccare e infilare tra le pieghe di quel loro prolungamento di vita interiore così appassionato. Non le pareva possibile che nella loro cantina, quella che tanto pregava di liberare da migliaia di cianfrusaglie inutili accumulate da generazioni e per cui aveva litigato spesso con il marito, potesse restituire all’improvviso un simile dimenticato tesoretto.

Passavano in rassegna le loro lettere, le rileggevano ridendo della propria ingenuità, tra battute e sorrisi dolcissimi, stupiti della loro stessa purezza. Benedetta non nascondeva la tenerezza per i ragazzini che lei e suo marito erano stati, si prendevano in giro, lui non faceva che sorriderle e accarezzarle la mano cedendo alla commozione tra una battuta e l’altra. Andarono avanti così per ore, ricordando chi erano, confermandosi il loro sentimento e rinnovandosi le stesse promesse. Era cambiato l’amore, trasformato, così come erano cambiati loro ma quelle lettere avevano svegliato tutto lo stupore che una vita condivisa quasi per intero si porta dietro, insieme al raccolto di oggetti vari e utili per la vita come cibo e ricordi.

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i era innamorato di Benedetta quando era ancora uno studente, gli sembrava un’epoca così lontana, eppure adesso, mentre la guardava leggere e ridere imbarazzata, portandosi una mano davanti alla bocca, il tempo trascorso pareva annullarsi d’improvviso. Gli appariva ancora più bella con le guance leggermente arrossate, il naso arricciato in una smorfia bambina contornato dalle lentiggini e quel sorriso così simile a quando, poco più giovane di lui, ricambiava follemente il suo amore. Erano ragazzi giovanissimi quando si scrivevano ogni giorno, all’epoca non vi erano cellulari o smartphone, e folle era la quantità di lettere e bigliettini che si erano scambiati. Per questo, aveva affrontato ragnatele secolari e muri di mobili pericolanti, ritrovando, vicino a delle conserve ormai avariate, sotterrati nella polvere, in un vecchio baule, reliquie di poco valore economico per il mondo ma così preziose per loro. Doveva riconoscere che era stato uno dei talenti maggiori di sua madre, durante e dopo la guerra, quello di conservare tutto stipando in cantina, perché non si sa mai. Forse non si sbagliava poi tanto, sua madre. Forse, quell’abitudine famigliare di non buttare via niente che tanto a Benedetta riusciva a dare sui nervi, non era poi così terribile e inutile.

Ora, tutti quei messaggi di gioie e pensieri stavano sul tavolo della cucina sotto i loro occhi increduli, molti senza busta, cimeli preziosi pieni di trasporto e speranza, di sentimenti, nostalgie, promesse. Erano ancora lì anche loro due. Insieme da quarant’anni, dall’adolescenza alla maturità. Anni in cui erano successe moltissime cose, dal loro matrimonio ai tre figli, quarant’anni in cui avevano affrontato prove, gioie, paure, e attraversato crisi, come tutte le coppie che stanno insieme da molto tempo. 

Lì per lì, quando aveva vuotato il baule sulla tavola, Benedetta pareva non ricordarsi nemmeno più di tutti quegli scritti scambiati tra i banchi di scuola, a messa o per la strada, colmi di inchiostro e di frasi giovanili che non tradivano alcun timore verso il futuro in cui si dichiaravano innamorati e felici. Era rimasta sbalordita, meravigliata che esistessero ancora e potessero essere così tanti. Erano conservati con cura persino i fiori che avevano preso l’abitudine di seccare e infilare tra le pieghe di quel loro prolungamento di vita interiore così appassionato. Non le pareva possibile che nella loro cantina, quella che tanto pregava di liberare da migliaia di cianfrusaglie inutili accumulate da generazioni e per cui aveva litigato spesso con il marito, potesse restituire all’improvviso un simile dimenticato tesoretto.

Passavano in rassegna le loro lettere, le rileggevano ridendo della propria ingenuità, tra battute e sorrisi dolcissimi, stupiti della loro stessa purezza. Benedetta non nascondeva la tenerezza per i ragazzini che lei e suo marito erano stati, si prendevano in giro, lui non faceva che sorriderle e accarezzarle la mano cedendo alla commozione tra una battuta e l’altra. Andarono avanti così per ore, ricordando chi erano, confermandosi il loro sentimento e rinnovandosi le stesse promesse. Era cambiato l’amore, trasformato, così come erano cambiati loro ma quelle lettere avevano svegliato tutto lo stupore che una vita condivisa quasi per intero si porta dietro, insieme al raccolto di oggetti vari e utili per la vita come cibo e ricordi.

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Pubblicato da Denise Fasanelli

Mamma insonne e sognatrice ad occhi aperti. Amo la carta, la fotografia e gli animali. Ho sempre bisogno di caffè. Non ho bisogno di un parrucchiere, d’altronde una cosa bella non è mai perfetta. Ho lavorato nel campo editoriale, della comunicazione e mi sono occupata di marketing per alcune aziende. Ho pubblicato un libro insieme all’ex ispettore Pippo Giordano: “La mia voce contro la mafia”(Coppola ed. 2013). Per lo stesso editore, ho partecipato, in memoria dei giudici Falcone e Borsellino, al libro “Vent’anni” (2012) con un racconto a due mani insieme all’ex giudice Carlo Palermo.