Il telefono: per mostrare tragicamente di esistere

Se voglio sentire un amico, prendo il telefono e lo chiamo. Ovvio? Forse non più. Da Guglielmo Marconi in poi, passando per le cabine telefoniche (per me ricordo infantile, per molti nostalgica realtà storica) fino ad arrivare ai cellulari, lo strumento in questione è sempre servito per parlare agli altri in diretta. Si può solo immaginare l’emozione di chi per primo provò le cornette, o di chi comprò i primi satellitari, nel realizzare di poter raggiungere chiunque con la proprio voce. Perché mai rinunciare a una simile possibilità?
Bene. Chiunque conosca o frequenti i ragazzi di oggi (ma vale ormai per molti adulti) avrà notato un cambiamento: nessuno, o quasi, telefona più alle persone strette, se non per emergenze. Prima gli SMS, poi le chat, ora addirittura i messaggi vocali (velocizzabili) hanno tolto alla chiamata il monopolio della comunicazione a distanza. Quali le cause? È un male?
La pigrizia è sempre una buona risposta per le questioni del mondo attuale: un messaggio è meno responsabilizzante, specie per disdire qualcosa, e soprattutto è perfezionabile a priori, e quindi non porta in sé gli errori della diretta. Parte subito, non richiede convenevoli e posso inviarlo mentre faccio altro. Per chi lo riceve, poi, è poco impegnativo: quando si ha tempo, si risponde. Abituatisi a questa leggerezza, si arriva a pensare la chiamata come una forma di violenza, perché invade lo spazio altrui in momenti non opportuni, richiedendo immediatamente un’azione di risposta. Mando un messaggio vocale e via: quando l’altro ha tempo, lo vedrà. Paura di impegnarsi, dunque, e forse paura di essere indiscreti, di porci arrogantemente nel tempo dell’altro.
Ma c’è di più. Perché quando si parla dei ragazzi di oggi, e sempre di più anche di molti adulti, si incontra una forma di comunicazione più forte di quella a tu per tu tipica della chiamata al telefono: la comunicazione io-mondo offerta gratuitamente dai social. Un “dialogo” che per molti è così spontaneo, ormai, che non solo sostituisce le telefonate, ma toglie peso e importanza anche ai messaggi. È quindi un passo in più. Un esempio: un sedicenne negli anni Ottanta del ‘900 ha appena finito una camminata; chiama un amico, o un parente, e gli racconta della sua gita, esprimendo le sue considerazioni, o semplicemente descrivendola, tanto per parlare. Un sedicenne (ma ripeto, non sono solo i giovani) che oggi fa lo stesso giro sulla stessa montagna non ha bisogno di raccontarlo agli amici: almeno cinquecento persone, alcune delle quali neanche conosce, sanno già che è stato lì, perché lui ha caricato le foto nelle sue storie. In questo contesto, ha senso meravigliarsi se nessun amico telefona a questo ragazzo la sera per chiedergli cosa ha fatto oggi? O se nessuno gli scrive, come quindici anni fa, “Ciao, cm va?” I tempi in cui ci si lamentava perché i ragazzi “messaggiano tutto il giorno” sono già finiti, sorprendentemente. C’è una conseguenza enorme però in questo passo: lo strumento di Marconi non mette più in contatto due individui, o due voci, ma una persona, sola, con tutti quanti, che vedono ciò che lei fa (o forse scorrono acriticamente, senza neanche guardare) ma non rispondono quasi mai. Al massimo lasciano un cuore.
In questi tentativi di farsi sentire, senza alcuna pretesa di risposta, da un pubblico così vasto, c’è tutta la solitudine del mondo: pur potendo, con il telefono in mano, dire qualcosa in ogni momento ad ogni “tu”, si sceglie tristemente di dire nulla a tutti.

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Pubblicato da Alessandro Zanoner

Nato a Trento nel 1993, insegnante di italiano, latino e storia nelle scuole superiori. Suonatore di strada con umili tentativi da cantautore e scrittore. Amo la montagna e il Mar Tirreno e passo molto tempo a viaggiare, soprattutto in centro Italia; non sono ancora mai uscito dal Vecchio Continente. Cesare Pavese e Hermann Hesse le mie guide in narrativa. Per la musica De Gregori, Guccini e Vinicio Capossela.