L’impossibile redenzione di Aldo Garollo

Aldo Garollo in procinto di essere trasferito al penitenziario di Porto Azzurro

È il 9 dicembre del 1946. Siamo a Vetriolo, la celebre località turistica di Levico Terme frequentata dagli amanti della montagna e da chi beneficia delle cure del suo stabilimento termale. Due giovani camminano sotto la neve che scende. Il primo è Aldo Garollo, vent’anni, figlio dei proprietari dell’Albergo Miramonti Adolfo e Antonia e fratello di Adelia. Il secondo è Narciso Avancini di sei anni più grande, gestore con la madre Giulia Toller e il fratello Sergio dell’albergo Avvenire. Aldo e Narciso sono saliti da Levico dove, dopo una serata passata tra amici, si sono fermati a dormire a causa della neve. I due, all’altezza dell’Avvenire si salutano. Narciso vi entra mentre Aldo percorre le poche decine di metri che lo separano dal Miramonti.

La lite con il padre.

In albergo il ragazzo trova il padre Adolfo che è evidentemente arrabbiato con lui. È venuto a sapere da Sergio Avancini che Aldo e i due fratelli dell’Avvenire, durante le fasi concitate della fine della guerra, hanno rubato a Levico delle macchine da scrivere per poi rivenderle. Adolfo è già provato dalle stranezze di Aldo che tre anni prima ha preso del denaro dalla cassa dell’albergo ed ha sparato dei colpi in aria raccontando di avere inseguito i ladri e che pochi mesi prima ha sparato un colpo di fucile verso il portone del garage dicendo anche in quell’occasione di avere sventato un furto. Ora, saputo delle ultime azioni compiute da Aldo e dai fratelli Avancini, Adolfo ha esaurito la pazienza e intima al figlio di andarsene dalla sua casa. 

Albergo Miramonti Cartolina. Archivio storico della Biblioteca comunale di Levico Terme
Vetriolo. L’albergo Miramonti, oggi (ph. Paolo Chiesa)

L’inizio della strage.

Qualcosa scatta nella mente di Aldo che decide di vendicarsi dei due fratelli Avancini. Secondo lui sono colpevoli non solo di avere fatto la spia ma anche di avergli riservato una quota minore del ricavato delle macchine da scrivere rubate. Prende la sua Machinepistole, un modello di mitragliatrice che era in dotazione all’esercito tedesco, ed esce dall’albergo. Si dirige verso l’Avvenire e vi entra. Sergio Avancini gli si fa incontro nel corridoio e lui lo abbatte con una raffica di mitra, poi entra in cucina e con un’altra scarica di proiettili uccide anche Narciso e la madre Giulia. A questo punto inscena una rapina scassinando un baule e spargendone il contenuto nelle stanze. 

Il massacro continua.

Il ragazzo esce dall’Albergo e fa ritorno al Miramonti. Con una scala a pioli sale sul balconcino della cucina dei Garollo, scavalca la balaustra e guarda attraverso la finestra. I suoi familiari stanno cenando e quando il padre si alza da tavola e guarda fuori, si allontana di un passo, alza il mitra e fa partire una raffica. Il vetro della finestra va in mille pezzi. Il padre cade a terra e lo stesso succede alla madre. Aldo entra e la sorella, che è ferita, lo implora di risparmiarla. Lui lo fa dietro la promessa di non venire denunciato, poi si gira verso il padre che è ancora vivo e lo finisce con due colpi della Machinepistole. Anche in questo caso il ragazzo mette in disordine le stanze per inscenare l’intrusione di fantomatici aggressori. 

L’allarme.

Aldo nasconde il mitra, esce dall’albergo e si dirige di corsa verso la parte opposta di Vetriolo dove abita Luigi Galvan, il fidanzato di Adelia. Aldo lo chiama dalla strada e quando lui si affaccia alla finestra gli dice che qualcuno è entrato nell’albergo e ha ucciso i suoi genitori e ferito la sorella e che a nulla è servito inseguire gli aggressori che si sono dileguati. Luigi scende di corsa mentre è arrivato un altro amico attirato dalle loro voci. I tre corrono fino al Miramonti, soccorrono Adelia e poi vanno all’Avvenire dove, con una calma e una tranquillità che contribuirà a farlo conoscere nei mesi e negli anni successivi come la “belva” o il “mostro” di Vetriolo, Aldo recita nuovamente la sua parte fingendosi sorpreso dal ritrovamento dei corpi della famiglia Avancini. È la neve che non smette di scendere che chiude come un sipario di bianchezza la scena di questa tragedia. 

Le indagini.

Nei giorni successivi a Vetriolo iniziano le indagini dei carabinieri che vengono riportate da quotidiani e settimanali con abbondanza di particolari. Inizialmente le attenzioni degli inquirenti si concentrano sui fantomatici aggressori di cui ha parlato Aldo ma i carabinieri intuiscono in breve che le cose non sono andate proprio così. Alcune impronte rilevate nella neve sul balconcino da dove sono partite le raffiche sparate contro i Garollo corrispondono a quelle degli scarponi di Aldo. In più, il ragazzo chiede ai carabinieri se sia vero che nella pupilla delle vittime rimane impressa l’immagine di chi le ha uccise. Si inizia a sospettare del giovane. Un paio di giorni dopo la strage, mentre Aldo sta per essere accompagnato a Levico per un interrogatorio, si trova casualmente davanti il plotone di carabinieri impegnato nella ricerca dei presunti colpevoli. Uno dei militari ha l’intuizione di dire ad Aldo che l’autore degli omicidi sta per essere scoperto e che i militi sono lì per questo. Il ragazzo crolla, confessa di essere lui l’assassino e viene arrestato. 

Anni ‘60 del ‘900. Alla destra di Frate Beppe c’è Aldo Garollo (ph. archivio “Alto Adige”)

Il processo.

Garollo viene prima rinchiuso nel manicomio criminale di Reggio Emilia dove una perizia lo giudica seminfermo di mente. Il processo che inizia due anni dopo a Trento lo vede condannato all’ergastolo per la strage di Vetriolo. Viene invece assolto per insufficienza di prove dall’accusa di un duplice omicidio accaduto nel settembre del 1946 in Val dei Mòcheni per il quale era stato inizialmente sospettato. Dopo la condanna Aldo viene fatto oggetto di molte altre perizie psichiatriche che si protraggono negli anni facendo arrivare la sentenza della Cassazione al 1965 quando viene confermata la sua condanna all’ergastolo perché dichiarato definitivamente sano di mente. Garollo viene trasferito nel carcere di Porto Azzurro sull’Isola d’Elba. 

Il cambiamento.

I molti articoli ed i libri che hanno ripercorso la storia di Garollo parlano di come “La belva di Vetriolo” in carcere diventi un’altra persona. Luigi Sardi, nel suo libro “Delitti e misteri del Trentino” scrive: “la sua cella, modello di ordine e pulizia, veniva additata d’esempio agli altri detenuti”. Fabio Finazzi nel suo testo “Fratello Lupo” riporta: “La condotta di Garollo, superate le crisi più acute dei primi anni di carcere, diventò esemplare. Al punto che fu scelto come domestico del cappellano, uno dei ruoli al tempo stesso più delicati e privilegiati”. Nello stesso libro è riportata la testimonianza di un magistrato di sorveglianza che scrisse a Garollo: “il suo esempio è, per me, motivo di soddisfazione professionale. Infatti, il suo comportamento esemplare sta a dimostrare, in positivo, come non siano vane le parole rieducazione del condannato, cui l’articolo 27 della Costituzione ricollega la funzione primaria della pena”. 

L’uscita dal carcere.

Nel carcere di Porto Azzurro Garollo rimane fino al dicembre del 1976 quando, vista la sua condotta positiva, si ritiene che possa essere reinserito nella società. Nel febbraio precedente si è sposato in carcere con Carla Cavallo di Vercelli con la quale ha avuto una fitta corrispondenza durante la detenzione. Con lei va a vivere a Brescia dove ha rilevato una lavanderia in società con un amico ex detenuto. Si trasferisce poi a Courmayer dove lavora come portiere e in seguito a Vercelli dove viene assunto come operaio in una fabbrica. Nel 1984 la moglie Carla muore in seguito a una malattia e lui tre anni dopo si risposa e torna a vivere a Levico dove diventa custode della casa di vacanza di Giorgio Almirante. Nel 1998, dopo alcuni anni di malattia, Aldo Garollo, l’uomo della strage di Vetriolo, muore. 

Redenzione?

Questa è la storia della strage di Vetriolo del 1946. L’ex Miramonti, diventato in seguito residenza religiosa, è ora un edificio in disfacimento ed anche l’Avvenire non è più un albergo. Ma questa è anche la storia di un uomo che ha dispensato dolore e morte e lasciato dietro di sé rimpianto e disperazione e che non è mai stato perdonato dalla sorella Adelia. Un uomo che negli anni di carcere ed in quelli dopo la sua liberazione è cambiato. Lasciamo ai lettori giudicare e interpretare gli atti orribili di quel giorno di dicembre di 75 anni fa e la redenzione (se così si può chiamare) dell’uomo che li ha compiuti. Il nostro compito era quello di raccontarne la storia.

La testimonianza di Italo Leveghi
Italo Leveghi, che nel 1970 era in viaggio di nozze sull’Isola d’Elba, si trovò a visitare in una sala del carcere di Porto Azzurro, una mostra di lavori di artigianato dei detenuti. In quell’occasione il cappellano, don Giovanni, volle presentargli un carcerato loro conterraneo. Si trattava di Aldo Garollo che stava scontando l’ergastolo per la strage che aveva compiuto 24 anni prima

Ecco come il signor Italo ricorda quell’incontro: “Mi aspettavo di vedere un uomo abbruttito dal suo gesto di tanti anni prima, una persona invecchiata, dimessa e fisicamente paurosa. In pratica il mostro, la belva, che avevano descritto i giornali dell’epoca. Fu con grande stupore che ci apparve invece un bell’uomo dal fisico asciutto ed atletico. 
Aldo inizialmente non parlò salutandoci solo con un filo di voce e si rilassò solo quando gli dissi che mio padre era originario di Barco di Levico. Parlammo per un po’ e mi chiese se al mio ritorno a Trento potevo fare una telefonata a nome suo a due famiglie di Levico. Gli dissi di sì e quando ci salutammo mi emozionai e mi venne spontaneo di abbracciarlo per umana solidarietà. 
Dentro di me sapevo di non poterlo assolvere per quanto aveva fatto ma ero sicuro che anche lui doveva avere una possibilità per redimersi”.
Italo Leveghi
Condividi l'articolo su:

Pubblicato da Paolo Chiesa

Scrittore, giornalista e autore comico. Vive in Trentino con una moglie, una figlia e un gatto. Il diploma di geometra gli è servito per capire di voler fare altro, infatti lavora come educatore in una Cooperativa Sociale per persone diversamente abili. Gioca a calcio nella squadra dei "Veci Fuoriclasse" dell’oratorio. La sua passione per la scrittura lo spinge, ormai da qualche anno, ad alzarsi la mattina presto prima del lavoro per mettersi davanti alla tastiera del computer. Ha pubblicato racconti su periodici e quotidiani, collabora con riviste tradizionali e online ed è autore di testi per il cabaret e la televisione. Anima eclettica, spazia tra racconti noir, satira politica e comicità del quotidiano.