Napoleone, due secoli dopo: cosa rimane della Grandeur?

Giulio Dal Cesare, Apoteosi di Napoleone, litografia, 1840 circa. Pergine Valsugana, collezione privata

Don Lisander se la cavò con due versi lapidari, riponendo la più ampia fiducia nelle capacità di giudizio delle future generazioni: “Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza”. Ecco: sono passati esattamente due secoli, ma il verdetto della Storia su Napoleone si fa ancora attendere. E c’è da scommettere che non verrà emesso nemmeno quest’anno, sebbene ricorra il bicentenario della sua morte, avvenuta sull’isola britannica di Sant’Elena il 5 maggio 1821. Le celebrazioni dell’anniversario si preannunciano alquanto sotto tono rispetto agli standard francesi e specialmente in confronto a quanto si vide sugli Champs Elysées nel 1989, al culmine dell’era Mitterrand, in occasione del bicentenario della Rivoluzione. Colpa della pandemia, ma forse anche di una comprensibile riluttanza a rimettere sull’altare il simulacro di un uomo politico controverso, troppo amante della guerra e privo di scrupoli.

Cosa rimane, oggi, della grandeur napoleonica? Dal punto di vista artistico, rimane moltissimo. Architettura e urbanistica di quel periodo sono tuttora ben leggibili in molte città d’Europa, da Parigi a Milano. Ben noto è lo stile Impero, variante del neoclassicismo che caratterizza dipinti, sculture, mobili e oggetti d’arredamento sparsi in dimore e musei di mezzo mondo. Perfino a Cuba esiste un Museo Napoleonico con una ricca collezione di cimeli.

Anche in Trentino non mancano testimonianze artistiche significative, soprattutto per quanto concerne l’iconografia del primo console e poi imperatore. Tra queste vogliamo qui ricordare un documento figurativo pressoché sconosciuto: si tratta di una litografia stampata a Rovereto presso la tipografia Marchesani. Come indicano i versi inseriti a commento dell’immagine (“E in più spirabil aere / Pietosa il trasportò” e “Tu dalle stanche ceneri / Sperdi ogni ria parola”), l’opera s’ispira alla celeberrima ode Il cinque maggio composta da Alessandro Manzoni nel luglio del 1821, sull’onda emotiva provocata dalla notizia della morte di Bonaparte. Il deposto imperatore, raffigurato in nudità eroica, viene trasportato in cielo da una figura femminile alata, identificabile con la personificazione della Fede, la “Bella Immortal” dell’ode manzoniana. La nube che sorregge il defunto scaturisce dalla Francia, riconoscibile sulla porzione di globo terrestre raffigurata in basso.

La stampa è una delle rare opere pervenuteci di Giulio Dal Cesare, un pittore trentino formatosi all’Accademia di Belle Arti di Venezia – dove fu allievo di Odorico Politi – e vissuto poi a Rovereto, dove morì nel 1846 all’età di venticinque anni. Lo sfortunato artista era nato a Trento il primo novembre 1821, lo stesso anno della scomparsa del grande condottiero: la rievocazione da lui concepita è dunque già parte del mito napoleonico.

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Pubblicato da Roberto Pancheri

È nato a Cles nel 1972 e vive felicemente a Trento. Si è laureato in Lettere a Padova, dove si è specializzato in storia dell’arte. Dopo il dottorato di ricerca, che ha dedicato al pittore Giovanni Battista Lampi, ha lavorato per alcuni anni da “libero battitore” e curatore indipendente, collaborando con numerose istituzioni museali e riviste scientifiche. Si è cimentato anche con il romanzo storico e con il racconto breve. È infine approdato, per concorso, alla Soprintendenza per i beni culturali di Trento, dove si occupa di tutela e valorizzazione del patrimonio artistico. La carta stampata e la divulgazione sono forme di comunicazione alle quali non intende rinunciare, mentre è cocciutamente refrattario all’uso dei social media.

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