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I survivals: “No, non siamo Rambo…”

Devid Giaimo insieme a Dave Canterbury, luminare statunitense del survival e star della televisione

Nell’anno della pandemia, si è verificato un boom di richieste per i corsi della FiBus, la federazione nazionale con sede ad Arco, che propone dei fine-settimana all’insegna dell’avventura, dove cimentarsi nella realizzazione di un fuoco, un riparo e nel procacciarsi cibo e acqua. Non solo per “aspiranti Rambo”: gli utenti sono spesso famiglie e bambini, ma anche manager e semplici curiosi.

C’è chi lo chiama “survival”, chi “campeggio minimalista”, chi “pionierismo”. Termini equivalenti che vanno a identificare la pratica di chi, zaino in spalla e armato di strumenti minimi, va all’avventura attraverso i boschi, cimentandosi nella sfida della sopravvivenza. Alcuni “pionieri” sono amanti del brivido, mentre altri cercano di riappropriarsi di una dimensione più umana, in cui mettersi alla prova lontano dalle comodità. Non sono solo emuli di “Rambo”: spesso sono impiegati d’ufficio, manager, padri e madri di famiglia, bambini e ragazzi alle prese con il loro primo campeggio. Per avvicinarsi al survival, occorrono competenze che non si possono improvvisare. Per coordinare le iniziative rivolte a chi si interessa a queste pratiche, dal 2013 esiste ad Arco la sede nazionale della FiBus, la Federazione italiana Bushcraft e Survival, che organizza corsi di campeggio “estremo” in tutto il Trentino. «Le abilità essenziali per il “survivalist” sono trovare un riparo, fare un fuoco, procacciarsi acqua e cucinare cibo,- ha spiegato Devid Giaimo, istruttore FiBus e formatore di livello Master – Attraverso i corsi di bushcraft si acquisiscono queste abilità, cambiando l’approccio psicologico verso le difficoltà. Sono esperienze fortemente educative anche per i bambini». Abbiamo cercato di comprendere quali sono le iniziative della FiBus in Trentino.

Realizzazione di un bivacco. È inoltre fondamentale apprendere la corretta lettura di una mappa, perché non si può fare sempre affidamento sulle mappe satellitari

SURVIVAL E BUSHCRAFT, PER VIVERE NELLA NATURA

«I campi principali si tengono in Val di Fassa, in Folgaria, sul Garda e vedono la partecipazione di gruppi di sei-otto persone più gli istruttori sull’arco di un fine settimana» ha indicato Devid, che ha spiegato come mai il Trentino è un territorio così speciale per il bushcraft: «Qui si trovano climi diversi che consentono di proporre i corsi durante tutte le stagioni e in ambienti differenti: c’è un clima mediterraneo sul lago di Garda, uno più alpino in Val di Fassa, e così via». 

Nell’acronimo “FiBus” coesistono due termini, quello di “survival” (sopravvivenza) e quello di “bushcraft”, che indica l’abilità ad arrangiarsi nei luoghi selvatici. Devid ha spiegato la differenza: «Operiamo in due direzioni, una più specialistica che denominiamo “survivalism” e che si rivolge ad utenti già parzialmente specializzati e che vogliono ottenere il brevetto di istruttore di sopravvivenza, e uno rivolto a curiosi, famiglie ed imprese, che va sotto il nome di “bushcraft”». Insomma, un versante più specialistico e uno più amatoriale: «In entrambi i casi però attraverso i nostri corsi si acquisiscono o perfezionano le capacità di affrontare in sicurezza l’ambiente naturale,- evidenzia Devid – con l’obiettivo di saper costruire da soli e in completa sicurezza un rifugio, procacciare acqua e cibo, cucinarlo, fare un fuoco con mezzi di fortuna».

Un momento di confronto tra i partecipanti al corso

«PER I BAMBINI, UN GIOCO. PER TUTTI, UNA SCUOLA DI VITA»

Sul versante “amatoriale”, Devid spiega di rivolgersi ai neofiti del pionierismo, puntando su una dimensione di gioco e scoperta: «Organizziamo corsi rivolti alle famiglie e ai bambini. Insegniamo ad accendere il fuoco, preparare lo zaino, cucinare, in situazioni in cui manca l’accesso alle comodità, tipicamente in un bosco». È significativo l’interesse dei genitori verso questa disciplina, che forse sperano di spronare i loro pargoli a staccarsi dallo smartphone: «È sicuramente uno degli obiettivi dei genitori, ma vogliono essere sicuri che quando i loro figli stanno per intraprendere un’escursione abbiano appreso gli elementi essenziali per soddisfare le necessità primarie». Per i bambini è l’occasione per affrontare un’esperienza che vedono nei cartoni animati e nelle serie televisive: «Loro hanno in mente le scene attorno al fuoco, dove si mangiano i marshmellow arrostiti sulla fiamma e ci si raccontano storie paurose. È un’esperienza di autentica condivisione». Per i genitori i risultati sono sorprendenti: «Vedono l’entusiasmo dei figli, – sottolinea Devid – che sono felici di raccontare l’esperienza ed escono dal consueto “mutismo” tipico del rapporto genitori-figli». Ma gli insegnamenti del bushcraft non si esauriscono quando finisce l’escursione, precisa Devid: «I genitori vedono una nuova cura da parte dei figli nella gestione del quotidiano. Vogliono rifarsi il letto e prendersi cura dei loro spazi». L’atmosfera di laboriosa collaborazione che si instaura durante l’escursione può persino curare ferite autentiche, come quelle tra il genitore separato e il figlio: «Puntiamo sui percorsi rivolti ai genitori separati e ai loro figli. È straordinario fare lavorare insieme il papà e il bambino, riescono a riavvicinarsi molto». 

OLTRE AI “RAMBO”, ARRIVANO ANCHE I “MANAGER MILANESI”…

Un tipo di utenza che si rivolge ai corsi organizzati da FiBus arriva da un contesto molto più “metropolitano”. Arrivano da Milano, da Roma, dalle grandi città, le aziende che vogliono utilizzare il pionierismo per far crescere il lavoro di squadra: «Le aziende usano i corso di bushcraft come processo che favorisce il “team building”, per creare un legame particolare tra i lavoratori – ha spiegato Devid – In genere sono aziende che vogliono formare i loro manager ed utilizzano i corsi anche per valutare un avanzamento di ruolo».

Poi ci sono gli adulti appassionati di montagna, che hanno bisogno di fare pratica con l’attrezzatura: «Sono questi gli elementi fondamentali per gestire un’escursione nella natura in maniera sicura – precisa Devid – Basti pensare che durante l’esame di livello “master” che affrontano i nostri aspiranti istruttori, la prova è rappresentata dal realizzare un fuoco e far bollire un litro d’acqua in un arco di tempo di quindici minuti». Ma tra gli appassionati di montagna ci sono alcuni che si credono novelli “Rambo”, convinti di “spaccare il mondo” e di sapere già tutto: «È così, ci sono gli “esaltati”, ma noto che ad eccellere sono di solito le persone normalissime – commenta Devid – Noi chiediamo di venire vestiti per un’escursione in montagna. Niente mimetica, niente armi: il nostro obiettivo è quello di imparare a gestire l’emergenza, non di crearla». Anche nel mondo del survival, che intuitivamente si immagina come molto “maschile”, c’è un crescente interesse anche da parte delle donne: «Le donne rappresentano la metà dei nostri iscritti – conferma Devid – E posso dire che se gli uomini sono più giocherelloni, le donne sono molto competitive».

COME NEL FILM “NOI UOMINI DURI”

All’appassionato di commedie all’italiana, lo scenario tratteggiato fa balzare alla mente il film “Noi uomini duri” del 1987, in cui Enrico Montesano e Renato Pozzetto recitano la parte di due uomini che intraprendono un corso di sopravvivenza per superare la loro crisi di mezza età. Devid conferma come questo film faccia in qualche modo parte dell’universo cinematografico del survival, ma con le dovute differenze: «Conosciamo quel film e i nostri corsi assomigliano a quello che si vede in quella pellicola. Proponiamo l’esperienza del ponte tibetano, [che Pozzetto e Montesano devono “superare” nel corso di una prova di coraggio] ovvero il ponte di corda che consente di superare un dirupo. Ma lo facciamo ad un’altezza modesta, nessuno si deve fare male». Al termine dei corsi, le persone dovrebbero essere in grado di preparare un fuoco, con un accendino, un acciarino o una lente, persino ad occhi bendati: «L’elemento cruciale è infatti la gestione dello stress – sottolinea Devid – Quando chiediamo di accendere un fuoco quasi dal nulla in quindici minuti, la componente psicologica entra in gioco in maniera determinante». Ed è proprio in questa fase che i cosiddetti “Rambo” vanno in crisi: «È il momento in cui la persona più posata e metodica rappresenta un’autentica risorsa», conferma Devid.

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Pubblicato da Fabio Peterlongo

Nato nel 1987, dal 2012 è giornalista pubblicista. Nel 2013 si laurea in Filosofia all'Università di Trento con una tesi sull'ecologismo sociale americano. Oltre alla scrittura giornalistica, la sua grande passione è la scrittura narrativa. È conduttore radiofonico e dal 2014 fa parte della squadra di Radio Dolomiti. Cronista per il quotidiano Trentino dal 2016, collabora con Trentinomese dal 2017 Nutre particolare interesse verso il giornalismo politico e i temi della sostenibilità ambientale. Appassionato lettore di saggi storici sul Risorgimento e delle opere di Italo Calvino.

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