3. Il jet-lag della nostalgia (parte prima)

Antonio ed io a L’Aquila nel 1989

Mi scrive il sig. Ugo Finotti, presidente dell’associazione Trentina di Montreal: Ho letto che siete a New York il 14 Settembre per presentare il vostro libro “La manutenzione dell’universo”. Per caso, avete qualche data anche a Montreal?  Abbiamo degli amici che sono molto interessati si sapere di Maria Domenica Lazzeri!

No, non l’abbiamo prevista una data laggiù, ci ho fatto solo un veloce scalo aereo. Ma l’interesse di cui parla Finotti – che a quanto pare si sta pian piano allargando – mi inorgoglisce e mi spaventa un po’. Chissà che un domani qui non ci debba tornare.

Una giornata densissima, difficile da condensare in una sola puntata. Così tanto vale che comincio dicendo qualcosa sulla discronia circadiana meglio conosciuta come jet-lag, fenomeno che si verifica quando si attraversano diversi fusi orari e ci si trova di fronte ad un corpo che sostanzialmente non ci capisce più nulla: si ritrova attivo quando dovrebbe riposare e a riposo quando dovrebbe essere attivo. Posso dire di aver scoperto dove sta in realtà il vero disagio. Non nel mancato benessere psicofisico da carenza di sonno che ne deriva, ma da qualcosa che ha a che fare con la solitudine. Accade cioè che trovandoti dall’altra parte dell’oceano si giunga ad un certo punto della giornata, diciamo attorno alle quattro del pomeriggio, in cui ti accorgi che nessuno sta più interagendo con te. Più nessuno visualizza su whatsApp, nessuno su facebook, né su twitter. Il mondo che ci siamo lasciati alle spalle partendo – fidanzate, figli, amici, colleghi di lavoro – misteriosamente scompare. Dove sono finiti tutti? Semplice, stanno dormendo. E tu che ancora vaghi mezzo intontito per la città sconosciuta ti senti abbandonato, dimenticato, messo definitivamente da parte. È una sensazione oscura, fatta di freddo e di silenzio. Ricordo di aver provato qualcosa di simile durante l’ultima eclissi di sole capitata dalle nostre parti, mi pare che fosse il 1998. 

Basta un secondo di ragionamento e il cervello si ricentra: non ti hanno dimenticato, stanno tutti ronfando nei loro letti, dai! Va bene, ma questa consapevolezza non aiuta a scacciare il senso di smarrimento che nel frattempo ci ha accalappiati come cani randagi persi nel labirinto del tempo. “Se loro stanno dormendo, che ci faccio i qui? Perché il mio corpo ancora vaga sulla crosta terrestre in preda alla luce? È questo che ferisce del jet-lag: questo metterci a nudo di fronte ad un’atavica solitudine, fisiologica forse, necessaria in un certo senso, auspicata dal potere di ogni genere. Una solitudine che la società del benessere da un lato dice di aborrire, dall’altro me ha permesso la diffusione grazie alla schiavitù volontaria dei telefoni cellulari.

Quando leggerete queste righe molto probabilmente sarò in procinto di volare su New York, la seconda tappa di questo viaggio. L’ultima giornata a Toronto è stata un susseguirsi ininterrotto di emozioni, cominciata con il puntualissimo David che mi butta puntualmente giù dal letto. A nulla valgono le attenuanti legate ai miei problemi di insonnia. Posso solo invocare caffè a fiumi come un pellegrino domanda acqua nell’arsura del deserto. Solo che prendere un caffè in Canada non è proprio come prenderlo a Napoli. Le automobili canadesi sono fornite di un optional molto particolare: il portacaffè. Trattasi di un carrellino estraibile in cui infilare il bicchiere di carta dopo averlo prelevato da Starbucks, Tim Hortons e simili; beninteso senza smontare dall’auto. Così non si perde tempo, mi spiegano qui, e quando arrivi in ufficio il caffè non sotta più. Ingegnosi, non c’è che dire.

D’altra parte da quanto ho capito senza automobile qui sei un uomo morto. Autobus ne ho visti veramente pochi, stazioni ferroviarie non pervenute. Se dovessi riassumere con una sola parola quanto questo Paese mi ha lasciato negli occhi direi “pick-up”, nel senso di mezzo di trasporto: qui ve ne sono di immensi, alcuni mostruosi perfino, a sei ruote, alti due metri e mezzo, con di solito alla guida un omaccione pronto a spostarti perfino la casa con quel coso.

Tuttavia Antonio Chimienti lo incontro – assieme all’immancabile David – in una zona molto particolare della città. Rivedo i tavolini fuori dai bar (finalmente!), la gente che se ne sta seduta a sorseggiare caffé o bibite senza lasciarsi consumarsi dalla fretta. Siamo al Café Diplomatico di College Street che è un po’ la Little Italy di Toronto.

Antonio non lo vedo dal 1989, anno in cui abbiamo terminato il servizio militare a L’Aquila. Lui è di Sannicandro di Bari, paese a una decina di chilometri dalla mia Acquaviva. Lo trovo bene, in forma, anche perché è sempre stato un atleta. Ha giocato a calcio per molti anni in Italia. Cinque anni fa, ha deciso di trasferirsi qui con tutta la famiglia. In realtà di è trattato di un “ritorno” in quanto lui a Toronto ci era nato 50 anni fa, i suoi però si erano quasi subito trasferiti in Puglia. Oggi fa l’insegnante in una scuola di calcio a Kleinburg, villaggio confinante con Vaughan. Si trova bene anche se la nostalgia ogni tanto lo attanaglia. Ma a chi non succede? È come un jet-lag sempre in agguato che anche senza saltare fusi orari ti aggredisce a ti parla di cose che non conosci, situazioni, volti, affetti che non sai più bene dove collocare nella tua piccola vita.

Certo che quando si dice che il mondo è piccolo non si sbaglia mai. Parlando parlando salta fuori che i genitori di David e quelli di Antonio erano vicini di casa a Culford Road alla fine degli anni Cinquanta del Novecento e con molta probabilità si conoscevano, frequentando tra l’altro la stessa scuola dell’Immacolata. Antonio tiene una copia de “La manutenzione dell’universo”. La Meneghina continua a sovrintendere. E a spostarmi di qua e di là, come un pezzo degli scacchi, nella partita che si sta giocando tra segno e coincidenze.

(continua)

Toronto, 2022

pinoloperfido@gmail.com

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Pubblicato da Pino Loperfido

Autore di narrativa e di teatro. Già ideatore e Direttore Artistico del "Trentino Book Festival". Il suo ultimo libro è: "La manutenzione dell’universo. Il curioso caso di Maria Domenica Lazzeri” (2020).