Até aqui: nuova esposizione di Debora Hirsch

Debora Hirsch, Firmamento (calabash 2), 2021, acrylics and oil pencil on canvas, 88×88 cm

“Até aqui” (“Fino a qui”), il titolo scelto per presentare questo nuovo ciclo di opere di Debora Hirsch, è un titolo che ci riporta alla natura geografica del suo lavoro. Ad ispirarlo è un verso del grande poeta brasiliano Oswald de Andrade, e questo già pone una questione di luoghi e di storie. Il Brasile è la terra dove Hirsch è nata e dove ha trascorso la prima stagione della sua vita assimilando un immaginario che anche negli anni della lontananza ha continuato ad alimentarsi. L’“aqui” del titolo è dunque innanzitutto un epicentro di appartenenza, un punto di attrazione emotiva e culturale. La geografia non è categoria neutra, tanto meno in situazioni che hanno dovuto sperimentare vicende storiche come le conquiste coloniali che hanno ridisegnato identità e anche i confini: il Brasile è stato a lungo spossessato da se stesso, inglobato dentro un altro mondo e anche dentro un’altra lingua. La geografia quindi necessariamente porta con sé narrazioni, memorie e nello stesso tempo cancellazioni di memorie. Proprio per questo “aqui” indica anche un altrove, un luogo stratificato, fluido che sfugge alla spazialità della geografia e mette in discussione le distinzioni operate in modo così tranchant dalla storia.

La pittura di Hirsch si colloca in questo altrove. Prendiamo una delle opere simbolo che troviamo proprio all’inizio della mostra. Questa volta il titolo non si presta a troppe ipotesi interpretative: “Firmamento (pelourinho)”. “Firmamento” è un tema nominale che accompagna tutte le opere presenti in mostra e riporta immediatamente a questo altrove. “Pelourinho” è invece parola portoghese, circoscritta e precisa, con la quale venivano chiamate quelle colonne collocate in piazze o luoghi pubblici, usate come strumenti di tortura per i condannati in epoca coloniale.  Il soggetto della tela richiama dunque memorie atroci, che neanche il disegno ingentilito e baroccheggiante di questi manufatti possono edulcorare. Nella tela, concepita in verticale, assistiamo ad un’operazione compositiva inattesa, ad un ribaltamento concettuale. Il fondo azzurro è dipinto a bande verticali che richiamano lo stile “pintura de forro”, tecnica per coprire i soffitti listellati di legno e di cui è stato maestro Manuel da Costa Ataíde (1762-1830). L’azzurro richiama i cieli dipinti dal maestro nato nel Minas Geiras, e popolati da figure della devozione religiosa popolare su sfondi di azzurro e di nuvole. Hirsch invece fa apparire in quello spazio destinato a visioni di fede e di speranza, frammenti di “pelourinho”, rimarcando con il rosso, quel rosso che li ha insanguinati; galleggiano tra le nuvole, svuotati della loro prepotenza fallica, chiamati a inchinarsi alla memoria di chi è vi ha sofferto punizione e martirio. Non è un “do ut des”, è un andare oltre, spingersi in un altrove dove memoria, spezzoni di storia, forme e stili approdano ad un nuovo immaginario, costituito da tanti sostrati, eppure fluido. Un immaginario liberato da ogni irrigidimento che impedisca la coesistenza degli opposti.

Debora Hirsch, Firmamento (river veins), 2021, acrylics and oil pencil on canvas, 82x82cm

La pittura per Debora Hirsch è infatti un legante capace di fare sintesi di una sommatoria di fattori, tante volte divergenti tra di loro per natura e per funzione. Lei lascia che convergano sulla tela, accoglie tutto, in forza (e in fiducia) di un’energia capace di creare nuovi amalgami. Nella serie di opere che costituiscono una sorta di “dorsale” nel percorso della mostra, l’artista anziché ricorrere ai consueti formati larghi e orizzontali, ha scelto si operare in modo quasi seriale su formati quadrati. Nelle tele orizzontali Debora Hirsch si trova nella dimensione più consona, che permette il distendersi di una narrazione dal respiro quasi favoloso come in “Firmamento (templar castle)”, dove la natura avvolge e inghiotte quel simbolo dalla muratura rosso sangue, che richiama la memoria di uno dei primi colonizzatori che hanno violato la terra brasiliana, Pedro Alvarez Cabral.

Il quadrato invece è formato molto più stringente; è proporzione che mentalmente e anche concretamente assedia la pittura, la obbliga a misurarsi con una coerenza interna cartesiana. Per Debora Hirsch si tratta di affrontare, dentro uno stesso spazio, due nature dalla diversa radice: una natura geometrica ed escludente ed una natura insubordinata e ricettiva. È su questo terreno rischioso che la sua pittura mette a segno esiti che finiscono con l’esaltarne le caratteristiche e ne elevano anche la qualità. La narrazione non viene affatto sacrificata, come è evidente in “Firmamento (men over nature)” dove al centro troviamo la calabash, tipo di zucca a forma allungata, una memoria visiva filtrata dalle opere di Albert Echkout (1610-1665), l’artista olandese che era stato uno dei primi europei a dipingere immagini del “nuovo mondo”. È un centro “strutturale” attorno al quale il quadro si sviluppa liberandosi da ogni rigidità, come se l’artista avesse fatto ricorso al metodo Rorschach. Non è evidentemente così, perché le varianti tra una metà e l’altra della tela non le portano affatto a coincidere, ma la naturalezza con la quale la pittura si è distesa all’interno di quella griglia così obbligante è dimostrazione della sua capacità di costituirsi in ogni volta in amalgami inediti. È una dinamica che ritroviamo in una delle opere più belle, “Firmamento (corner tiles)”; anche in questo caso Hirsch lavora facendo leva su una precisa memoria visiva, le piastrelle d’angolo degli azulejos. Nel centro asimmetrico della tela si apre quella sottile fessura attorno alla quale la composizione sembra svilupparsi a specchio. In realtà le forme seguono libere strade, tutte contrassegnate dalla dominante delicata e liquida dell’azzurro. Quella fessura, centro asimmetrico dell’opera, ha le sembianze di un’apertura, carica di energia generativa; richiama la forma e anche la funzione vitale di una vulva, il che lascia intendere come la natura della pittura di Debora Hirsch abbia a che vedere con il desiderio. È natura desiderata e desiderante.

“Firmamento (river veins)” è un’altra opera della sequenza delle tele in formato quadrato. Anche qui assistiamo ad un convergere, sovrapporsi e fondersi di generi diversi. L’immagine è avvolgente, come può essere avvolgente la natura libera e prorompente della foresta amazzonica; sulla sinistra assistiamo ad una rarefazione che suggerisce anche una serie di slittamenti: i piccoli segni possono essere letti come i corsi di fiumi tracciati su una carta geografica. A loro volta i tracciati colorati di rosso sono anche vene, come il titolo indica, che irrorano la terra ma che irrorano, concretamente e simbologicamente, anche la vita e la storia degli uomini. L’immagine suggerisce infine un ulteriore slittamento, cruciale per collocare nella giusta prospettiva la pittura di Debora Hirsch: il reticolo venoso-fluviale rimanda alla struttura delle reti digitali, con le loro fibre ottiche e i loro nodi. È un’identificazione che emerge in modo molto esplicito in “Firmamento (riverrun)”, dove il delta fluviale che si fa largo sbucando da un avvolgente grembo vegetale, è tracciato con traiettorie che sembrano quelle che rimbalzano i bit da un angolo all’altro del pianeta. Il mondo di Hirsch è un “ultra mondo” nel quale cadono le barriere tra passato, presente e un futuro ultra moderno; orizzonte storico, orizzonte reale e orizzonte virtuale viaggiano all’unisono, annullando le separazioni imposte dalla concezione di un tempo evolutivo. Del resto le nuvole che volteggiano nel cielo di “Firmamento (pelourinho)” non hanno oltre che natura di memoria delle “pinture de forro” e natura atmosferiche, anche natura virtuale, “cloud”, cumuli di informazioni e di dati? Quel fiume di dati che scorrono davanti ai nostri occhi nei video realizzati da Hirsch, come “Binary Fresco” e “Firmamento”.

Debora Hirsch, Firmamento (templar castle), 2021, acrylics and oil pencil on canvas, 125x183cm

La sua pittura è pittura che genera connessioni; fluidifica ogni gerarchia; stabilisce relazioni non contemplate che superano rigidità culturali o di genere. È pittura strutturalmente femminile, che sussume una natura decorativa e riesce a renderla gravida di storie e significati senza smarrirne le armonie e la leggerezza; femminile anche per quella capacità di elaborare un immaginario nuovo, libero da ancoraggi condizionanti. Un immaginario contrassegnato da un’inedita limpidezza interiore e visiva.   

“Pinta o escaravelho / de vermelho / e tinge os rumos da madrugada” (“Dipinge lo scarabeo di rosso e tinge le rotte dell’alba”): così recita un famoso verso di Oswald de Andrade, che era poeta ma, come si evince, aveva certamente familiarità con la pittura avendo sposato in terze nozze Tarsila do Amaral, artista eclettica, naif ma risoluta.  Quel verso di de Andrade sembra circoscrivere la natura della pittura di Debora Hirsch, che come quello scarabeo, animale di buon auspicio e simbolo di rigenerazione, dipinge ricorrendo al rosso di antiche e nuove ferite, ma traccia gli orizzonti fluidi di nuove albe.

Boccanera Gallery Trento 10.09.2021 – 13.11.2021

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