Cristoforo, santo dimenticato

San Cristoforo; affresco esterno della chiesa parrocchiale di Daiano (Val di Fiemme, Trentino)

A partire dall’Illuminismo la cieca fede nella scientificità ha strappato la religione cristiana dal mondo della superstizione ottenendo il risultato di impoverire l’uomo e di lasciarlo orfano, tagliando gli invisibili fili che lo tenevano legato col mondo di sopra. Così, sulla scia della ricerca esasperata della storicità, perfino un santo tanto amato come san Cristoforo, protettore da tempi immemorabili di viandanti, pellegrini e, recentemente, anche degli automobilisti, è stato cancellato dal calendario generale. Eppure la recente scoperta di un’iscrizione del 452, rinvenuta ad Haidar-Pacha in Nicodemia, antica città dell’Anatolia, oggi Izmit, in cui si parla di una basilica dedicata a Cristoforo nella Bitinia, potrebbe testimoniare l’esistenza concreta di questo gigante dell’agiografia cristiana.

San Cristoforo è forse uno dei santi più venerati e pregati della cristianità, festeggiato il 25 luglio – il 9 maggio in oriente –, all’apice della calura estiva, quando più faticoso si faceva il percorso del pellegrino. Veniva dipinto solitamente sulle pareti esterne delle chiese, quelle rivolte verso la strada maggiore, in grandezze smisurate perché doveva essere visto da lontano. Bastava che il pellegrino rivolgesse a lui una preghiera e lo guardasse per aver salva la vita quel giorno. E di san Cristoforo in san Cristoforo il fedele poteva così ottenere un continuo salvacondotto della salvezza. 

Sant’Antonio a Mavignola. Il san Cristoforo protegge i viandanti diretti al santuario di Madonna di Campiglio
Livo, chiesa di San Martino. Dopo aver pregato il Santo ci si incamminava verso il santuario di Pellizzano

Nella nostra regione, così come in tutte le Alpi, la presenza del protettore dei viandanti affrescata sulle facciate delle chiese ci aiuta a capire la viabilità di un tempo: nell’isolata chiesa di San Giacomo a Sacun (val Gardena) conferma che il famoso e mitico troj paian, il percorso dei ladini, transitava proprio a mezzacosta; e questo vale anche per il sopravvissuto affresco dipinto dai Baschenis sullo slanciato campanile di Pejo paese, ai piedi del Vioz, sull’antico tracciato dei contrabbandieri verso l’omonimo passo (o passo Sforzellina, m. 3100), collegamento con la val Camonica. Storia e arte si intrecciano per questo santo, modello, come spiega il suo nome che in greco significa “portatore del Cristo”, di coloro che serbano Cristo nel cuore. Nato come “Cananeo” e poi chiamato “Reprobus” – si sarebbe chiamato in realtà Adòcino – è l’ultimo gigante della mitologia cristiana. Vissuto nel III secolo, grande e grosso, forte come un elefante, peccava però di ambizione ed era disposto a mettersi a servizio del signore più potente. Si mise alle dipendenze prima di un riccone, poi di un Re; ma il Re temeva il Demonio e allora Adòcino non esitò a offrire i suoi servigi al maligno. Un giorno vide che il Demonio fuggiva alla vista della Croce e allora andò alla ricerca di questo potente Signore. Diventò eremita e fissò la sua dimora presso un fiume turbinoso, aiutando i più deboli a trasbordare, con un tronco d’albero o di palma in mano a mo’ di bastone. Un giorno arrivò un bambino e gli chiese di essere trasportato sull’altra riva. Adòcino lo prese in spalle ma dopo pochi passi sentì il suo peso aumentare sempre più, finché invocò “Gesù aiuto!”. “Non preoccuparti” rispose il bimbo, e approdati sulla riva opposta aggiunse: “Tu hai portato sulle tue spalle l’universo intero, perché io sono quel Gesù che tu servi nei poveri”. Da quel giorno non si chiamò più Adòcino ma Cristoforo, il portatore di Cristo, e come tale subì il martirio.

Chiesa di Sant’Agata in val di Sole

Peio, il più grande affresco di san Cristoforo del Trentino

San Cristoforo accompagnava i viandanti in vita ma anche nella morte, trasformandosi in psicopompo, l’accompagnatore delle anime dei morti nell’oltretomba. Ed ecco spiegato perché, soprattutto in Alto Adige – in Trentino il rifacimento degli edifici a fine ‘800-inizi ‘900 ne ha alterato la fisionomia medioevale –, la figura del santo è dipinta a mezzogiorno, là dove finisce il muro della chiesa (della vita) e inizia la città dei morti, il cimitero, come a san Pietro a Quarazze. La palma/bastone che tiene in mano è simbolo della resurrezione, attributo dei martiri, e allude al premio di vittoria che il cristiano riceve dopo una buona battaglia nella vita quotidiana, oltre che a farne anche il protettore dei fruttivendoli. Per queste sue multiple valenze apotropaiche – era invocato anche per la peste –, in Alto Adige fu incorporato nella schiera dei quattordici santi ausiliatori, invocati in occasione di gravi calamità naturali: se un santo da solo non bastava, quattordici potevano arrivare ovunque. Una devozione, questa, sorta nel XII secolo. Nel Bimbo sulle spalle con il globo, simbolo dell’universo, e nel passaggio da una riva all’altra si può leggere il ciclo della morte e della resurrezione, accostando san Cristoforo al mito di Caronte, traghettatore di anime dalla vita alla morte. Le genti di montagna vivevano quindi il santo come portatore di salvezza oltre che prezioso aiuto nel cammino quotidiano.

Il suo “avo”, l’egiziano Anubi

San Cristoforo, per le sue molteplici funzioni, poteva essere legittimo successore dell’egiziano Anubi, protettore dei morti e delle necropoli – per questo in certi ritratti orientali san Cristoforo ha la testa di cane/sciacallo –, di Ermes messaggero degli dèi e di Ercole, per via della clava/bastone. Per i fedeli della nostra terra san Cristoforo era un santo apotropaico, allontanava la morte e ogni influenza maligna. E quando lo troviamo dipinto all’interno delle chiese, come nel duomo di Trento, è soprattutto sulla navata e sull’arco absidale, a protezione dell’altare, la parte più sacra dell’edificio, cuore pulsante della silenziosa pietra.

Ancient Egypt. Mummification process. Concept of a next world. Anubis and pharaoh sarcophagus. Egyptian gods, mythology. Hieroglyphic carvings. History wall painting, tomb King Tutankhamun

San Cristoforo era dunque un vero e proprio scrigno di salvezza, talmente caro ai fedeli che finivano per “mangiarlo”. Infatti moltissime sono le testimonianze, soprattutto in area tirolese, di affreschi e statue mangiati dalle persone. Il ragionamento era semplice: se il solo guardarlo salvava la vita per un giorno, figuriamoci mangiarlo. Ed ecco che, giorno dopo giorno, grattando un poco qui e un poco là, impastando poi questi frammenti murari con il pane che veniva cotto nei masi, l’affresco rimaneva mutilo. Il grande san Cristoforo che troneggia sul muro meridionale della chiesa di San Giacomo a Maranza (Rio Pusteria) è mancante della parte inferiore non per le intemperie o gli sfregi di qualche teppistello ma semplicemente perché, per secoli, frammenti infinitesimali sono stati incorporati nel pane scuro di segale ai quattro semi che si sforna due volte all’anno nei masi dei dintorni. Era stato lo stesso Burcardo di Worms (950-1025) a riferire che incenerire teschi umani per servirli in infusioni ai mariti malati era un rimedio casalingo per mogli preoccupate per la salute del coniuge. Hai fatto come alcune donne che prendono un teschio umano e lo bruciano, dandone in una bevanda la cenere ai mariti per guarirli? recita il penitenziale. Le antropofagie medioevali arrivavano a cibarsi di carne umana come atto di venerazione e d’amore. Diffuso fu l’impiego di “opere sacre” per confezionare pure preziosi e richiestissimi medicinali o, semplicemente, per preservare la già precaria salute. San Cristoforo riesce a non farsi mangiare dai voraci pesci-diavolo ma, per secoli, è finito nelle pance dei fedeli preservandone la vita.

Val Gardena, San Giacomo a Sacun, lungo il troj pajan, la via dei pagani

A spasso con il santo

Mentre in Trentino molti affreschi del Santo sono andati distrutti durante il rifacimento delle chiese, in Alto Adige si possono organizzare itinerari legati al santo gigante. Uno di questi si snoda lungo la val Pusteria e le valli laterali, vero scrigno di Cristofori medioevali, rinascimentali, barocchi e rococò. 

Dallo stile povero e popolaresco dell’affresco sulla parete meridionale della chiesa medioevale di S. Margherita a Marga (Terento), ad Anterselva o alla splendida raffigurazione attribuita a Simone di Tesido (S. Volfango a Sorafurcia), alla remota chiesa di S. Tommaso a Vallaga, S. Sigismondo a Chienes, Teodone, Riobianco, Predoi, Villa di Sopra, Valdaora (chiesa Ss. Pietro e Agnese), S. Giorgio a Tesido o il contadinesco Cristoforo di Spinga, gli stili si intrecciano raccontandoci storie di vita quotidiana a metà strada tra fede, superstizione e sincero desiderio di vita.

Risalire la valle può offrire delle sorprese agli amanti della cultura. In ogni caso avrete salva la vita per tutto il corso del viaggio. 

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Pubblicato da Fiorenzo Degasperi

Fiorenzo Degasperi vive e lavora a Borgo Sacco, sulle rive del fiume Adige. Fin da piccolo è stato catturato dalla “curiosità” e dal demone della lettura, che l’hanno spinto a viaggiare per valli, villaggi e continenti alla ricerca di luoghi che abbiano per lui un senso: bastano un graffito, un volto, una scultura o un tempio per catapultarlo in paesi dietro casa oppure in deserti, foreste e architetture esotiche. I suoi cammini attraversano l’arte, il paesaggio mitologico e la geografia sacra con un unico obiettivo: raccontare ciò che vede e sente tentando di ricucire lo strappo tra uomo e natura, tra terra e cielo, immergendosi nel folklore, nei miti e nelle leggende. fiorenzo.degasperi4@gmail.com