Michele Trentini: la montagna che cambia

Con la serie di documentari dedicati all’uomo e al paesaggio alpino ha ricevuto la Menzione Speciale al Premio “Giulio Andreolli Fare Paesaggio”. È stato recentemente fra gli accompagnatori delle escursioni estive di SuperPark, organizzate dal Parco Naturale Adamello Brenta e da Impact Hub, alla scoperta delle malghe della val d’Algone. 

Trentini, come è nata la sua passione per il documentarismo? 
Ho amato fin da ragazzo un certo tipo di cinema del reale e all’Università di Dresda ho approfondito lo studio dell’antropologia visuale. In seguito ho avuto la possibilità di realizzare dei documentari per l’Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna e di utilizzare la videocamera nelle ricerche per il Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina. Parallelamente ho portato avanti un’attività di produzione indipendente che mi ha permesso di scegliere i soggetti e di sperimentare in modo personale. 

L’approccio dell’antropologo alle culture oggetto dei suoi studi è spesso definito di “osservazione partecipante”. Lei come si muove quando realizza i suoi lavori?
Innanzitutto mi muovo da solo o assieme a chi condivide il mio approccio; cerco di essere il meno invadente possibile e sempre aperto all’incontro con la realtà, ai suoi suggerimenti. Altri preferiscono lavorare in modo molto strutturato, più rigido. Per me realizzare un film significa intraprendere una ricerca, conoscere persone, luoghi o fenomeni anche attraverso l’obiettivo e non solo trasformare idee pregresse in immagini.

Malga Movlina

Fra i suoi soggetti spicca il mondo della montagna e quello delle malghe. Come mai? 
Dopo aver iniziato l’università ho voluto trascorrere una stagione in malga, sul Pasubio, vicino alla baita di mio nonno, dove andavo d’estate. Volevo immergermi in quel microcosmo che sentivo vicino, ma anche altro. All’inizio è stata dura. Persone diverse, tempi e ritmi diversi. Ma l’anno dopo i malgari mi hanno chiamato, perché c’era bisogno, e sono tornato. Un certo tipo di atmosfere fanno parte del mio dna. 

La vita in malga si è rivelata un po’ meno romantica di quello che si aspettava?
Le prime difficoltà le ho incontrate quando mi hanno insegnato a mungere. Qualche vacca scalciava e provavo un po’ di timore. Ma con il passare del tempo mi sono affezionato al carattere bonario e materno di quegli animali. In malga, inoltre, c’era sempre da fare, cercare e radunare le vacche, mungere, pulire la stalla, occuparsi dei maiali, fare legna. Tempo libero, poco. La convivenza tra malghesi non era sempre semplice, si stava a stretto contatto, dormendo in un’unica stanza, ognuno con i propri umori e con le proprie aspettative. Un mondo un po’ ruvido, che tuttavia mi ha insegnato tanto. Sono grato a quelle persone e le stimo perché mantengono viva un’attività essenziale per la montagna.

Come documentarista la sua attenzione è rivolta al presente. Ma spesso le culture di montagna si portano dietro il retaggio del passato. 
Il passato è importante perché le comunità di montagna possono trarne linfa vitale, dal punto di vista culturale ed economico. Pensiamo a certe filiere agroalimentari o alle tradizioni popolari che nelle valli sono particolarmente ricche. A me interessa osservare e raccontare il modo in cui queste realtà vengono interpretate oggi, senza nascondere le contraddizioni. Ad esempio, credo sia significativo che in contesti piuttosto conservatori stia progressivamente cambiando il ruolo delle donne; non sono rari i casi in cui sono loro a fare formaggio o a gestire aziende agricole, spesso innovative. E anche all’interno di istituzioni antiche, come quelle delle Regole, le donne guadagnano giustamente spazio. 

Com’è il mondo delle malghe, oggi? 
Non è facile generalizzare. In molti casi le malghe rimangono ambienti spartani, di dimensioni contenute, dove si dà priorità alla cura del bestiame e alla trasformazione del latte. In altri l’impronta “agrituristica” rischia di far passare in secondo piano alcuni tratti che le contraddistinguono, per dare priorità ai vacanzieri. Per fortuna le malghe riescono ad attrarre ancora giovani del luogo, anche se a volte è necessario o si preferisce ricorrere a persone che arrivano da altri paesi, più abituate a quel tipo di lavoro e più a buon mercato. Altre volte quella della malga rimane una scelta un po’ “borderline”, da parte di persone che ci trovano uno spazio di libertà, oltreché di indipendenza economica. 

Ha raccontato anche il cibo e chef come Alfio Ghezzi, che gestisce, fra l’altro il bistrot del Mart. 
Alfio è uno dei protagonisti di “Paesaggi del cibo”, realizzato di recente con Andrea Colbacchini per tsm/step, la Scuola per il Governo del Territorio e del Paesaggio. Ci interessava conoscere le scelte che stanno alla base del suo modo di intendere la cucina e le motivazioni che lo portano a rivolgersi ai piccoli produttori che presidiano il nostro territorio. Ad esempio: la varietà e le caratteristiche dei formaggi che si trovano in quest’area delle Alpi non hanno corrispettivi altrove, sono il frutto di abilità e di saperi che i casari hanno affinato nel corso dei secoli, proprio nelle malghe. Gli animali a loro volta traggono beneficio dai pascoli, ricchi di quella biodiversità che trasferisce carattere al prodotto finale. Non è uno slogan.

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Pubblicato da Marco Pontoni

Bolzanino di nascita, trentino d’adozione, cittadino del mondo per vocazione. Liceo classico, laurea in Scienze politiche, giornalista dai primi anni 90. Amori dichiarati: letteratura, viaggi, la vita interiore. Ha pubblicato il romanzo "Music Box" e la raccolta di racconti "Vengo via con te", ha vinto il Frontiere Grenzen ed è stato finalista al premio Calvino. Ma il meglio deve ancora venire.