7. Nine-eleven, come lacrime nella pioggia

La pioggia cade leggera sulla sera di New York, sfiora le teste, consegna messaggi provenienti dal cielo sotto forma di goccioline perfettamente sferiche, cadendo rilasciano impercettibili vibrazioni e vibrando dicono. Ma non bagnano nemmeno. La cima della Freedom Tower si è celata in uno scialle fatto di nebbia. L’ennesimo undici settembre si chiude in una degna, malinconica cornice. 
La giornata era iniziata per me al Clemente Bakery di South Hackensack, NJ, dove il titolare mi accoglie a colpi di vassoi. “Devi mangiare” mi ordina. Anche se qui il concetto di pranzo e cena sono molto ma molto vaghi. Prosciutto, mozzarella, olive di Cerignola e un vero caffè espresso fatto come si deve. La giornata che mi attende è faticosa, certo, lo so. Ne ho cognizione da quando su ESPN la trasmissione del Gran Premio di Monza di Formula 1 viene interrotta per l’inizio delle celebrazioni a Ground Zero.

Per NY è un giorno di lutto e forse lo resterà per sempre. Una donna e un ragazzino leggono una serie interminabile di nomi, guardati a vista da uno statuario e impettito poliziotto che tradisce però l’emozione con un leggere tremolio delle sopracciglia.

Ha ragione Dino Clemente, devo mangiare perché poi toccherà anche a noi, a noi italiani, il compito di ricordare. L’inziativa di Giulio Picolli è giunta oramai al suo ventesimo anno. Il riconoscimento degli oltre duecento italo-americani periti in quel macello.

Eccomi dunque sulla Lincoln metallizzata dell’imprenditore altamurano che sfreccia sul Washington Bridge, taglia Centra Park sulla 65esima e soltanto a sinistra mi consegna all’elegante ingresso del Consolato Generale d’Italia, al 690 di Park Avenue.

Nell’atrio mi ritrovo circondato da decine di connazionali, padri ma soprattutto madri, anziane e forse malate, che tengono ancora con i denti la propria vita solo per poter vivere questo giorno, ogni anno. Perché sentire il nome del proprio figlio, stringendone il ritratto al petto, equivale a riportarlo in vita, seppure per la frazione di secondo che occorre per pronunciarne nome e cognome.

Tra leggerezza e affanno, Giulio trasporta i suoi ottant’anni da uno all’altro, stringendo mani e abbracciando tutti, uno per uno, assicurandosi che ogni cosa sia al suo posto e che la cerimonia possa andare per il meglio. Il Console Fabrizio Di Michele ha alle spalle 26 anni di esperienza in vari settori delle relazioni internazionali, è palermitano ed è nato nel 1969. Anche lui elargisce generose strette di mano e poco diplomatici baci sulle guance.

Viene deposta una corona di fiori ai piedi del bassorilievo, evento salutato sull’attenti da carabinieri e vigili del fuoco presenti. La lettura dei nomi può avere inizio. Tocca anche a me e quando Giulio mi chiama mi tremano un po’ le gambe. Devo dimenticare in fretta chi sono le persone che ho lì davanti a me.

Fine della cerimonia. La tensione si scioglie. Montiamo tutti sul pullman che dopo una traversata interminabile, costeggiando una grigissima East Avenue, ci scarica nel distretto finanziario. Un momento conviviale, anche se sono le 16.30 (l’ho già detto che qui pranzo e cena non sono individuabili?). Da Kesté, in Fulton Street, fanno una delle migliori 5 pizze napoletane dei dintorni. Il titolare Roberto Caporuscio è di Pomezia ed ha aperto nel 2009.

Torno all’Holland Hotel. Prendo la path alla stazione del WTC, dove c’è un po’ di tensione. Alcuni manifestanti tengono all’erta un nugolo di poliziotti. E mo come ci entro nella stazione? “Go around the corner”, mi suggerisce un’agente. Scendo una fermata prima per godermi quattro passi sotto la pioggia. Mentre scrivo in Italia sono già le cinque del mattino. Qui non fai a tempo a metterti a letto che è già ora di alzarsi.

Condividi l'articolo su:

Pubblicato da Pino Loperfido

Autore di narrativa e di teatro. Già ideatore e Direttore Artistico del "Trentino Book Festival". Il suo ultimo libro è: "La manutenzione dell’universo. Il curioso caso di Maria Domenica Lazzeri” (2020).