Sul significato di essere “uomini” oltre gli stereotipi

Recentemente è stato pubblicato anche in Italia il volume che raccoglie una lunga conversazione, nata originariamente su Spotify, fra due personaggi d’eccezione, l’ex presidente americano Barack Obama e la rockstar Bruce Springsteen. Fra i temi discussi, quello relativo al modello di uomo in voga all’epoca della loro giovinezza. La premessa è che nessuno dei due ha avuto un’infanzia particolarmente protetta, nessuno dei due appartiene ad una “grande famiglia americana”, come quella dei Kennedy. Obama è cresciuto senza il padre (per un periodo ha avuto un patrigno, scomparso precocemente). Springsteen invece racconta di un padre chiuso e taciturno, come molti altri uomini di allora, incapace di parlare di sé pur avendo vissuto almeno un evento straordinario, la Seconda guerra mondiale.

Cosa insegnava la cultura dominante riguardo alla mascolinità? Il presidente e il rocker si sono trovati d’accordo: primeggiare nello sport, nella conquista sessuale, nella gestione della violenza, nel fare soldi. Nessuna debolezza era ammessa. Meno che mai, chiedere scusa. In questo quadro creare una famiglia costituiva un fattore positivo, perché spingeva l’uomo a responsabilizzarsi, soprattutto attraverso il lavoro. D’altro canto, matrimonio e famiglia venivano spesso vissuti come qualcosa di “castrante”, che poneva dei limiti alla libertà personale e alle ambizioni individuali. 

Tornando al lavoro, sia per Obama che per il “Boss” rappresentava (e rappresenta tutt’oggi) l’architrave fondamentale della vita maschile. La mancanza o perdita di lavoro – tema su cui Springsteen ha scritto canzoni memorabili, come The River – sarebbe di conseguenza un precipizio da cui molti uomini non risalgono più o dal quale cercano di evadere con sei birre a sera.

Da questa conversazione, che si può leggere per intero nel volume tradotto da Garzanti (Renegades – Born in the Usa), ciò che emerge è un mondo maschile molto tradizionalista, e, diciamolo, piuttosto limitato. Sia il politico che il rocker dichiarano di avere cercato di allontanarsene, ma, per loro stessa ammissione, con esiti incerti.

Guardando al panorama odierno, al modello rappresentato da un Trump, ad esempio, concludono che nulla è veramente cambiato. 

Sono stato colpito dalla sincerità di certe affermazioni. Da un desiderio di mettersi a nudo forse un po’ compiaciuto, ma interessante. Al tempo stesso, mi sono anche chiesto com’è possibile che sia tutto lì, il discorso attorno al genere maschile. Ma come: non era cambiato qualcosa, almeno dagli anni ‘50-’60? I beat e gli hyppies, il ‘68, la psicoanalisi, il femminismo nelle sue diverse correnti e incarnazioni, e poi il divorzio, la coppia aperta, la pillola, la riforma del diritto di famiglia, la stessa cultura “pop” (sciovinista per certi versi, ma anche molto aperta e anticonformista per altri), non hanno cambiato per nulla l’idea di cosa significa essere uomini? Non hanno scalfito il mito del maschio tutto d’un pezzo, incapace di riflettere su se stesso e di trasmettere all’esterno le proprie emozioni? Possessivo, narcisista, sovente predatorio?

Mentre facevo queste riflessioni il noto storico Alessandro Barbero ha fatto, come noto, una dichiarazione molto contestata, a proposito dell’accesso delle donne alle posizioni di vertice nel mondo del lavoro. L’ipotesi  è che alle donne manchi quella “aggressività, spavalderia, sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi”. Ovviamente Barbero non è uno stupido, e si è limitato – formalmente – a porre un interrogativo. Ma sia che lo abbia fatto per provocare un dibattito, sia che ritenga davvero fondata un’analisi dei rapporti fra uomini e donne basata sulle loro differenze “strutturali”, come le ha definite, le braccia cascano comunque. Siamo ancora e sempre alla contrapposizione uomo forte-donna debole, ma anche ad un’idea di autoaffermazione che non può prescindere da doti come aggressività e spavalderia, come se non ne esistessero anche altre (empatia, ad esempio? Capacità di collaborare? Intelligenza? Moderazione? Gentilezza?).

Nonostante tutti i cambiamenti avvenuti, di fronte alla domanda: cosa significa essere un uomo? vedo ancora oggi la stessa confusione e la stessa idea limitata di virilità che avevo io”, ammette sconsolato Obama. Non solo in America.

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Pubblicato da Marco Pontoni

Bolzanino di nascita, trentino d’adozione, cittadino del mondo per vocazione. Liceo classico, laurea in Scienze politiche, giornalista dai primi anni 90. Amori dichiarati: letteratura, viaggi, la vita interiore. Ha pubblicato il romanzo "Music Box" e la raccolta di racconti "Vengo via con te", ha vinto il Frontiere Grenzen ed è stato finalista al premio Calvino. Ma il meglio deve ancora venire.